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Camden Pita Fish

Per l’avvenimento annuale del compleanno di mio fratello, ero a Camden Town con lui e mio padre. Non avevamo trovato i biglietti per il derby londinese tra Arsenal e Chelsea, purtroppo i posti erano esauriti da alcuni mesi. Fine novembre, il freddo e la pioggia facevano bestemmiare mio padre, più del periodo no di Nelson Dida. Cerchiamo rifugio nel pub all’angolo proprio davanti al mercato, ovviamente pieno anche quello. Ordiniamo subito 3 medie, stiamo in piedi stretti come sardine sott’olio e mio padre bestemmia sempre di più, ma sempre col sorriso. Un signore con la sciarpa del Chelsea picchietta mio padre sulla spalla, io penso subito che voglia fare rissa, magari gli stava ostruendo la visuale del campo di gioco.

Alla prima domanda mio padre fa segno che non ha sentito. Alla seconda gli leggo le labbra che dicono “non capisco un cazzo, io Italia!”. Alla terza finalmente risponde “Milan! Io, Milan! Forza Milan cazzo!”

Il tifoso in blu, bello pieno di birra, mostra il pollice in su e sorride con i suoi denti scombinati in bella mostra. Chissà perché hanno questo problema di dentatura, comunque. Ordiniamo fish and chips. Mio padre però vuole il pane, lui senza pane non mangia. Attraverso la strada, vado dal greco e gli chiedo se mi può vendere delle pita lisce. Italiani greci, una faccia una razza e parte la chicchierata: sì sono stato a Rodi, amo la Grecia, efkaristo, parakalò calimera, suo fratello Calimero e torno nel pub con le pita, inzuppato come un biscotto Colussi che si inzuppa ma non si pezza. Nel frattempo mio padre aveva fatto spostare alcuni tifosi per far sedere me e mio fratello, ancora mi chiedo come abbia fatto a farsi capire. Io prendo le pite, le farcisco con il pesce, le patatine, qualche pomodorino, insalatina da pub e salsa tartara. Il Chelsea segna proprio mentre mio padre cerca di addentare il “pita-fish”, ma il tizio lo abbraccia di botto e gli nega la gioia del morso. La scena mi ha fatto piangere dal ridere. Mio padre e un tifoso del Chelsea stanno saltellando in mezzo ad un pub, in mezzo a tifosi dei Gunners incazzati, in mezzo alla bolgia di “fuck off” e altrettanti “Buuuuuuuuu”

Beh quella partita finisce 3-0 per il Chelsea, anzi 0-3 con doppietta di Didier Drogba. Ci scanniamo 3 medie a testa, altre patatine fritte e qualche pop corn. Dalla delusione di essere arrivati a pochi metri dall’Emirates Stadium, per poi rinunciare, alla felicità di aver vissuto l’esperienza più assurda che mi sia mai capitata. Che strana la sensazione di doversi occupare di tuo papà, in quel momento ci siamo scambiati i ruoli. Lui non sapeva comunicare se non a gesti, voleva il pane e per farlo felice gliel’ho comprato, voleva le birrette e gliele ho ordinate.

Il tizio saluta mio padre stringendogli la mano e urlando “Thank you, my name is Peter, we must see together every match ok?”

Mio padre sorride e risponde “Io sono Franco, non ho capito un cazzo ma mi sono divertito molto, ciao Pietro!”

Le idee per un piatto possono arrivare in qualsiasi momento, in qualsiasi posto e insieme a chiunque. Basta mangiarle tutti insieme, e sono ancora più buone.

RICETTA

Pastella con farina, sale, pepe e birra versata a filo fino a che la pastella sarà densa, lasciare in frigo per una mezz’ora. Tagliuzza le verdure che più ti piacciono, o quelle che hai in frigo, tutte a crudo. Tagliale fini fini eh! Investire su una mandolina può risolvere tanti problemi, tagli perfetti e in breve tempo. A fuoco altissimo scotta le verdure con un giro d’olio e tienile da parte. Passa il merluzzo, o il persico, oppure il nasello nella pastella. Olio caldo, 170° e friggi fino a che non sono belli dorati. yogurt greco per rinfrescare, magari qualche goccia di tabasco, la birra fresca che avanza (forse) dalla pastella e siamo fortissimi. Ah, tortilla, piade, tacos rigidi, qualsiasi cosa che possa racchiudere questo condimento, chissà mai non incontri mio padre che ti chiede “Maaa, pane? Non ne hai?”

 

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Family weekend

Nella mia vita il fine settimana non ha mai avuto una particolare valenza. Quando ero al liceo odiavo la domenica perché dovevo studiare per la settimana; negli anni di accademia di fotografia, invece, ogni giorno era weekend: 19 anni, una città che mi era sconosciuta e che, però, offriva tutto ciò che potessi desiderare e anche quello che ancora non sapevo di volere. Conoscevo persone da ogni dove, stimolanti e curiose. Poi l’università, in cui non si ha mai davvero tempo libero perché quello che non impieghi a studiare lo passi a sentirti in colpa per quell’esame che sta per arrivare e tu sei a pagina trediquattrocentocinquanta. Ho iniziato ad apprezzare davvero il sabato e la domenica appena entrata nel mondo del lavoro – quello serio, non di quei lavori fake fatti di rimborsi spese, di tirocinio formativo e di “fa curriculum”. Con due soldi in tasca, il fine settimana voleva dire viaggio, a trovare le amiche in giro per l’Italia e l’Europa, un salto a Berlino, un capodanno a Londra, un saluto a Urbino.

Poi è arrivato Manuel e poi Cristian e i weekend hanno assunto tutto un altro sapore. Appena la nostra scarsa organizzazione ce lo consente viaggiamo ancora, certamente: io e Manuel non riusciamo a star fermi. Ci siamo detti che il primo anno di Cris lo avremmo speso a conoscere di più la terra meravigliosa in cui viviamo, per poi iniziare ad allontanarci via via sempre di più, fino ad arrivare – chissà – in Patagonia, un giorno.

Spesso, però, sabato vuol dire risvegli lenti, anche se quel cucciolo di drago alle 6.30 reclama già il suo latte e alle 7 è pronto per disfare tutta casa. Noi sdraiati in semi coma e lui in piedi, alla testiera del letto, a battere la manina contro il muro in un coro da stadio senza precedenti. Con un solo occhio aperto per metà, io e Manuel ci guardiamo sperando che sia l’altro a fare la prima mossa. E quando, finalmente, sento “dai, andiamo di là sul tappetone” l’estasi è totale e io sono già girata dall’altra parte per concedermi un’ultima mezz’ora.

Ad onor del vero a volte Cristian si riaddormenta in mezzo a noi, ci concede quell’oretta in più di riposo che altro non fa se non stordirci definitivamente per permetterci di entrare a pieno titolo nella descrizione di zombie. Nonostante tutto, adesso i week end io li amo, come amo loro due. Amo il calore che sento al solo pensiero del sabato che sta per arrivare. Amo aprire gli occhi (per modo di dire) e vedere quella sua testolina già sorridente che spunta dal lettino. Amo i “forza Cri, prepariamo le colazioni” e il grassoccello gattona velocissimo dietro il papà perché sa che il momento biscotti è vicino. Amo continuare a rotolarmi nel letto, inebriandomi del profumo del caffè, mentre Manuel mi chiama mille e più di mille volte, nel vano tentativo di buttarmi giù dalle coperte. Amo esultare al primo sbadiglio di Pannofino, perché vuol dire un po’ di tempo per noi – che poi la maggior parte delle volte lo passiamo su Netflix o dietro a Youtube. Amo sgridare Manuel perché in 0,3 secondi riesce a mettere a soqquadro la casa, amo vederlo lamentarsi quando gli ordino di pulire e poi lo amo perché fa balletti acchiappa risate mentre passa l’aspirapolvere.

Ma la sera, il sabato sera ha in sé un’atmosfera che non so se posseggo parole sufficienti a renderle giustizia. È come un vaso di Pandora, ma pieno di infinite e meravigliose possibilità, come se avessi il mondo in mano e potesse accadere di tutto. È la stessa eccitazione di quando ero piccola e il sabato potevo stare sveglia fino a tardi, con la differenza che adesso la domenica mi sveglierò comunque alle 6.30, Cris berrà il suo laccione e noi faremo di tutto per farlo tornare a dormire. Quello che mi piace del sabato sera è – in ordine cronologico: cena cicciona, il grassoccello che oltre la sua pappa assaggia qualsiasi cosa stiamo mangiando, accompagnato da Manuel e le sue solite osservazioni e la mia solita faccia facilmente immaginabile: ma un po’ di fritto non gli farà male; dici che posso dargli questo? (indicando qualcosa tipo hamburger con cheddar e salsa barbecue); fino alla sentenza: “la mamma ha detto che non posso più darti niente”, dopo croste di pane, pezzi di piadina, sbriciolate di carne, ciucciata di aceto direttamente dalla foglia di insalata e l’elenco potrebbe andare avanti per giorni. Alla fine dei giochi provo a mettere il siluro a letto e quando credo che stia finalmente dormendo, lui si tira su e dalla sala vediamo spuntare la sua manina che cerca di aprire la porta e ci chiama; poi è il turno del papà che ci prova – per finta, ne sono certa – per 26 secondi circa, per poi tornare di là e proclamare: “eh vuole la mamma”; e allora torno io e Cristian, sfinito, crolla.

Sono le 22 quando il nostro sabato sera ha, finalmente, inizio. Quello è il momento crepuscolare per me. Amo ritrovare Manuel sul divano, dirci che vogliamo vedere un film e poi metterci tutta la serata a sceglierlo e finire quindi a parlare di te, Pannolesto, che ogni giorno sei diverso; del lavoro, del mio futuro chiaro, ma nebuloso; delle nostre emozioni e delle nostre paure. Amo chiudere il cerchio della settimana in quel punto esatto della casa che ti ha visto nascere, piccolo scoreggione, quel divano pendente che ci fa sclerare da quanto è scomodo e ci costringe a posizioni da contorsionisti, ma che poi ci fa addormentare tutti intrecciati, stanchi ma fiera della famiglia che stiamo costruendo, panino dopo panino.

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8 Luglio 2017 – Auguri Evelyn

8 luglio 2017. Per te, caro il mio salamino Bio, una giornata come tante. Ti svegli alle 6 e mezza, ti alzi nel lettino arrampicandoti a fatica sulle sponde e sei pettinato come Enzo Paolo Turchi. Ci indichi, sorridi, la mamma apre un occhio – forse ha bestemmiato, magari mi sbaglio – io ti prendo e ti infilo tra di noi. Sei sudato come Bonolis, hai lo stesso odore di Slot dei Goonies e dai le pacche a manina piena sul fianco di mamma. Subito dopo, ti rechi al tuo passatempo preferito, cioè ribaltare tutto ciò che trovi. Ecco un paio di diapositive per far capire cosa intendo:

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Oggi compi un anno, ma gli unici emozionati siamo noi due. Il palloncino con scritto 1 l’abbiamo ritirato in Vespa e per Corso Vercelli ci guardavano tutti mentre sventolava, le bibite le abbiamo portate in cascina, le pizze prenotate, la nonna ricordiamocela e non lasciamola in frigo come l’altra volta che pensavamo fosse la coscia di prosciutto crudo, la zia la vai a prendere tu, anzi no vado io, lascia che va papà, vabbè la zia ce la dimentichiamo come l’anno scorso.

Il fatto è che siamo due genitori poco organizzati, abbiamo messo il post-it  sulla porta d’ingresso solo per la pizza –PRENOTARE TEGLIE PIZZA ABBONDANTI –  ma non ci volere male per questo, anche perché poi, la pizza, te la magni pure tu.

Sai Cris, fare il genitore è difficile. Un giorno, quando leggerai questo blog poco farcito, penserai a quanto siano sfigati mamma e papà. Forse ti vergognerai di noi quando ti accompagneremo a scuola, quando faremo tardi, oppure ci dimenticheremo degli appuntamenti “professori & genitori, un binomio inscindibile”. Ogni giorno fai una cosa nuova, ogni giorno sento con piacere che da quel culetto escono delle frequenza ben assortite, mangi come un pazzo, piangi quando ti tolgono il piatto, hai già qualche bernoccolo visibile a causa della velocità con la quale passi da “in piedi e sicuro di te” a  “sdraiato per terra passando dallo spigolo”.

Sai cosa è dura Pannofix? Se ti chiamo con tanti soprannomi e ti da noia, dimmelo ok? E’ dura redistribuire l’amore. Cos’è l’amore? E’ un apostolo rosa tra Via Rembrandt e la traversa dove c’è il fruttivendolo, non mi ricordo mai il nome. Per la definizione di amore ci risentiamo tra qualche anno, ora senti questo ragionamento.

Una persona nasce ok? Io sono dell’idea che una persona è maturata, quando comincia ad amarsi, a sviluppare l’ego. No amore non il Lego, non intendo le costruzioni che te ne vai in fissa a buttare giù dal divano, l’ego. Vabbè. Uno si ama al 100%, poi un bel giorno sulla sua strada incontra una persona, questa persona gli piace e comincia ad amarsi di meno. Stiamo su un 70/30. Basta pub con gli amici, la barista ha le tette troppo grosse e l’altra sera ti ha taggato in una foto dove ti scolavi una media in 10 secondi. Ma per amore questo e altro, 60/40. Basta con la chitarra elettrica dopo le 21.00, c’è Netflix con le sue serie TV magnifiche, ma lei non si mette le cuffie perché le schiacciano la piega, e quindi indovina un po’ chi si deve cuffiare? 50/50. Ami lei quanto ami te. Ok il cane, ok la macchina nuova, ok il profilo FB insieme, ok la foto profilo wazzup con lo stesso gattino che graffia lo schermo. Siamo alla deriva, siamo a L’Ondon. Siamo su una isola deserta e ci siamo portati i soldi e una pistola scarica. E sai perché scarica? Perché abbiamo pensato bene di comprarli qui, che costavano i proiettili.

Oh, tua mamma non è così. Che sia chiaro. Ammetto che, per un egomegasuperMohammedAlicentrico come me, è stata dura accettare la verità. Davvero non posso stare senza di lei? Davvero Sara mi fa stare così bene? Beh ma, allora sono guarito dal mio egoismo. Quindi ci sta, è la donna della mia vita. Diciamo che mi amavo al 101%, poi arrivata lei e sono passato ad un 51%

E poi? Boom! Nasci tu. Eh, qua bisogna redistribuire l’amore. 85% pannolino, 10% mamma Sara, 4% io, 1% resto delle cose del mondo. Che fregatura, no? La missione è quella di bilanciare l’amore, di dosare goccia a goccia questo nebulizzatore di cariche positive. Se amo troppo te, e la mamma fa lo stesso, dove andiamo a finire io e Sara? Se la mamma si dedica anima e corpo a te, solo a te, esclusivamente a te, io che faccio? Sto davanti alla vetrina di Poltrone & Sofa aspettando che l’offerta “saldi al 70%” si cambi in “saldi al 90%” e  infine “cazzo svuotiamo tutto te lo regaliamo perché tanto…” e poi finisce la vetrina. Quindi piccolo mio, sappi che noi ce la stiamo mettendo tutta. Abbiamo imparato dagli errori dei nostri genitori, se errori possiamo chiamarli. Parliamo tanto, litighiamo, ci abbracciamo, arriviamo cotti alle 23.00 e ci addormentiamo ai primi 3 minuti di una serie a caso, tanto finiamo col russare tra poco. Si fa l’amore domani perchè non vuoi dormire e cazzo se non dormi domani uso il cloroformio (nessun bambino viene cloroformizzato n.d.r.). Non si mangia l’hamburger caldo perchè tu ne vuoi un pezzo e quindi te ne becchi un pezzo.  Ma tutto questo, caro il mio cosciotto, lo facciamo col sorriso. Quasi tutto.

La festa è andata bene, si sono divertiti tutti mentre tu, piccolo cannoncino alla crema farcito al momento, tu non ti sei accorto di niente. La torta però ti è piaciuta, di quella ti sei accorto subito.

Auguri per questo primo anno di vita, la prossima festa però, te la organizzi da solo. Ti amo al 71%, ma è un dato sensibile e cambia di frequente. Ti voglio bene, biscottino inzuppato.

 

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Mamma torna a lavoro

Sono uscita di casa sola per tornare solo 9 ore più tardi. Cristian è a casa con Martina, che conosciamo, ma che non ha mai passato così tante ore sola con lui. Il vento del sollievo mi ha colpita stamattina: mi sono vestita scomoda per un bimbo, mi sono truccata, che l’eyeliner l’ho messo così male che Cri ha pianto quando mi ha vista; ho preparato la borsa senza inserire pannolini – salviette – vestiti di ricambio, che abbiamo una passione per la pipì all’aria, giochini vari. Sono uscita senza passeggino, che puntualmente si incastra nel portone, ho lasciato dietro di me gli “oh Dio la copertina” e i vari “speriamo che non scleri”.

Sono uscita sola e così mi sono sentita, il vento è diventato un soffio sempre più debole e alla fine si è arreso. E poi anche io. Credevo davvero non mi sarebbe mancato neanche un po’? Sì, lo credevo. Ma non è poi così male.

In fondo mi piace sentire la mancanza di Cristian, mi piace aspettare le foto che mi manda Martina, di lui con la bocca impiastricciata o circondato dai suoi giochi e le guanciotte grassocce e sorridenti. Mi piace farlo vedere a Manuel tutto rannicchiato nel suo lettino ed emozionarci insieme. Mi piace tornare a casa tutta stretta attorno a Manuel sulla vespina, lanciarla nel cortile, toglierci il casco in ascensore e avere il batticuore mentre infiliamo la chiave nella toppa. Mi piace vedere la sua espressione che cambia non appena varchiamo la soglia, mi piace quel sorriso che ci regala, che sa che entro qualche millesimo di secondo uno dei due lo prenderà e lo lancerà in aria mentre l’altro farà finta di prenderlo e lui riderà fino a diventare isterico. Mi piace addormentarmi la sera soddisfatta di essermi ripresa la mia identità di Donna, che l’essere mamma mi fa impazzire ma, insomma, c’è bisogno di equilibrio nella vita.

Ho avuto un inizio soft e comunque non lavorerò tutti i giorni. Ho rifiutato dei lavori perché mio figlio me lo voglio godere, non arrivare a una certa età e rimpiangere quegli anni in cui sarei dovuta stare più con lui e invece tornavo troppo tardi a casa ed eravamo entrambi troppo stanchi per trascorrere del tempo di qualità insieme. Voglio riconquistare un po’ della mia indipendenza e regalargli pian piano l’autonomia su cui costruirà la sua identità, ma voglio che senta che la mamma ci sarà sempre, che anche dopo tante ore, anche dopo tanti anni, quella porta di casa si aprirà e compariranno due babbi che non vedono l’ora di abbracciarlo.

In questi mesi, poi, ho sviluppato tanti pensieri che non avrei mai avuto idea di poter concepire, alcuni molto primitivi e ancestrali come preservare la vita, mia e di Manuel, non per noi stessi ma per Cristian, perché abbiamo un dovere, quello di genitori, che contiene non solo prendersi cura di lui e della sua vita, ma anche della nostra, con tutto ciò che questo comporta come stare attenti in strada che sia in macchina, in Vespa o a piedi; non lasciare nulla al caso per quanto riguarda salute, istruzione, alimentazione; scegliere adeguatamente il luogo in cui vivere… Ho visto, proprio in questi giorni, un reportage di Alessandro Penso, un fotografo italiano che segue da anni i migranti. Non amo questo genere di cronaca, non perché non mi curi della disperazione di queste persone, ma perché la mia empatia raggiunge livelli così alti che il respiro mi si spezza e mi assale un malessere che è poi difficile da estirpare e mi impedisce di arrivare tranquillamente a fine giornata. Nonostante ciò, a volte, credo faccia bene un bagno di realtà, anche per rimettere le cose in prospettiva. Ho passato, quindi, una buona ora immersa in un mondo che mi sembrava così lontano ma che ho capito solo adesso fino in fondo quanto sia universale, perché è mosso dalle stesse spinte ataviche che toccano tutti: preservare la vita, donare ai piccoli possibilità che vadano oltre le lacrime, non privarli del gioco, regalargli la scelta. Poi l’approdo in questa penisola che dovrebbe fornire salvezza svela scenari che non sono proprio fedeli all’immaginato, purtroppo. Da mamma, ad un certo punto, mi sono egoisticamente ritirata, ho richiuso gli occhi attraverso quella x rossa, perché fa male. Sono immagini che fanno male al cuore. Spero, forse un po’ passivamente, che arriverà il giorno in cui il Paese sarà maturo, un po’ meno ignorante, educato e rispettoso abbastanza da arrivare almeno ad un’accoglienza degna di un essere umano, che ho imparato essere la base per qualsiasi rapporto futuro. L’accoglienza.

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Un’immagine tratta dal reportage di Alessandro Penso
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Plus one

Ok sono pigra, ma pigra vera. Di quella pigrizia che “ancora 5 minuti” si reitera fino a sera, che la pipì dista 8 passi e posso anche tenermela, che “metto a posto tra un po’” e dopo 2 giorni inizio a sentirmi claustrofobica e faccio slalom attraverso cumuli di roba.

Prendo appunti però, spesso mentali quindi poi li dimentico; a volte, in uno slancio clamoroso di tecnologia applicata, scrivo frasi sul cellulare salvo poi essere punita per un improvviso e necessario reset totale di contenuti e impostazioni! Sono arrivata, quindi, al 10 marzo con 240 giorni vissuti, more or less, e una pagina bianca. Ne sono successe di cose in queste migliaia e migliaia di ore da mamma. In ordine:

  • Lenta ripresa fisica (che su quella mentale ancora non ci siamo)
  • Viaggio tra vigneti
  • Altro viaggio in terronlandia
  • Mille milioni di risate
  • Giorni nuovi
  • Due settimane di ospedale (e uno spavento che la metà basta)
  • Nuovo repertorio di imprecazioni (tanto amore)
  • Trambustone iniziale e poi solitudine

Diventare mamma è iniziare una nuova vita e questa nuova vita non ha molto a che vedere con quella precedente. A volte la incontro, la nonmammaSara, è sull’altro marciapiede: ci salutiamo con la mano e promettiamo di incontrarci un giorno, ma sappiamo entrambe che le probabilità sono scarse. Non lo dico con malinconia o con rimpianto, anzi. Quella Sara era timorosa, timida, combatteva le sue battaglie ma in disparte. Mamma Sara se tocchi suo figlio ti rade al suolo, non ha paura di chiedere e ha un pochiiino più di faccia tosta. Mamma Sara ha passato un periodo buio ed è strisciata pian piano verso quello spiraglino che vedeva in lontananza (e meno male che lo vedeva) e adesso cammina nella luce, e ha scoperto, con rammarico, che professarsi amico è un’attività sopravvalutata. Ma una volta accettata la terra bruciata intorno e dopo aver apprezzato fortemente quell’unico fuscellino sopravvissuto, è stato tutto più semplice. L’ho detto, è una nuova vita.

D’altra parte questi mesi sono stati un concentrato, tipo quello di pomodoro, quando il sapore ti esplode in bocca. Ecco Cristian è un concentrato, uno bello corposo, e i suoi pannolini lo dimostrano. Mangia con una voracità che manco Fast Food Man, si lancia in pianti incontrollabili e dopo tre secondi ride con lo schiocco, fa facce buffe mentre si sforza per fare la cacca ed è curioso di una curiosità al limite dello stalking. Noi lo chiamiamo lo scrutatore, più un’altra decina di nomi. Tipo: passo l’aspirapolvere —> non mi molla con lo sguardo, della serie “devo controllare se stai lavorando bene”. Bevo dalla bottiglia (che ovviamente fa rumore) —> qualsiasi cosa stia facendo, in qualunque parte della stanza, lui si gira e si rigira finché non ha capito da dove arriva quel suono per potermi fissare indefinitamente. È sul seggiolone a fare la pappa e suo papà sta caricando la lavastoviglie dietro le sue spalle —> piuttosto si spezza il collo, ma deve guardarlo e si affaccia per controllare meglio.

Ah nel tempo libero fa il rapper.

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A 8 mesi, comunque, sa benissimo quello che vuole, quando e come lo vuole. Sa che seggiolone vuol dire pappa, quindi se non arriva in tempo zero pianta su un casino che lo sentono anche i nonni di Campobasso. E non sia mai capiti di dimenticare la bavetta e dover andare in camera a prenderla… Ciao! La disperazione è tale che a volte temo che i vicini vengano a chiedermi in che modo lo stia torturando. Sa che un certo tipo di voce che faccio vuol dire solletico ed inizia a ridere ancor prima che glielo faccia. Sa che quando cambio faccia dopo un suo urlo al limite dell’ultrasuono è brutta storia, quindi mi compra con uno dei sorrisi migliori del suo repertorio. Chiaramente irresistibile. Sa che quando inizio a cantare la ninna nanna sono finiti i giochi e se non è totalmente distrutto si divincola come un serpentello perché deve ancora fare cose, vedere gente, non può perdere tempo. Ultimamente l’attività interessante è aprire le ante dell’armadio, scrutare un po’ e poi richiuderle. Ma quando poi è stanco e si rannicchia nel suo lettino con la manina sulla guancia a farsi le care, io sento il cuore che martella, che si scalda ed è appagato. Ma soprattutto sento che finalmente posso mettermi sul divano con Manuel, ingozzarci della ciccioneria di turno e spararci le 5000 puntate arretrate di tutte le serie che abbiamo iniziato da super gasati e che puntualmente abbandoniamo.

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In tutto questo i momenti per noi, per me e Manuel, come Manuel e Sara punto, all’inizio erano zero. Anzi forse un qualche numero negativo. Ci siamo ripresi la nostra intimità con molta fatica. Io che pensavo: a noi non capiterà mai, siamo troppo forti. E invece è successo anche a noi, perché un bimbo asfalta tutte le dinamiche preesistenti. Ma per fortuna, come dicevo, siamo troppo forti e non ci siamo allontanati. Il rischio c’è, è reale perché, specialmente i primi mesi, Cristian ci portava via tutte le energie. Io e Manuel abbiamo continuato a gravitarci intorno per un po’, la forza ti attrazione ci permetteva di sentirci costantemente anche se ci salutavamo solo alla sera, nel letto. Ciao. Buonanotte. Sapevamo, però, che a un certo punto ci saremo incontrati di nuovo e, infatti, siamo ripartiti esattamente da dove eravamo rimasti, abbiamo ritrovato lo stesso amore, gli stessi due pazzi che si sussurrano STRZ o MZZT e poi ridono e vanno in giro mano nella mano e si guardano come se lo spazio fuori dai loro occhi non esistesse. Abbiamo lasciato Cristian dai nonni e abbiamo avuto il nostro nuovo primo appuntamento. Non dico che adesso sia una discesa libera, ma perlomeno sappiamo come schivare certi ostacoli evitando che ci arrivino in piena faccia.

Anche se a qualcuno poi va male lo stesso, purtroppo!

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Sono passati 6 mesi, quasi 7

E’ da sei mesi, quasi 7, che Sara e Manuel sono diventati Sara e Manuel e Cristian.

Poche cazzate, la vita è totalmente cambiata. E in questi mesi ne ho sentite di ogni:

“La nascita di nostro figlio non ha scalfito per niente la pietra del nostro amore” E divorziarono dopo 3 settimane perché lui, marmista di professione, si faceva la segretaria 18enne campionessa di Zumba acrobatica sul palo oliato, prossima disciplina di Tokio 2020.

“Da quando sono mamma, mi sento a posto con me stessa, non cerco altro, sono realizzata in tutto e per tutto.” Citazione che si può leggere appena sotto un selfie in lingerie, unghie tigrate, poppe tirate su che manco Carmen Russo e guerra di cuscini con un’amica.

Alla fine, la pietra l’ha scalfita eccome, l’ha disintegrata. E con questo non dico che siano solo pannolini smerdati che puzzano come i camion degli spurghi, pisciate schivate per miracolo, passeggiate notturne per farlo addormentare. Ora vi elenco le cose belle di avere un figlio.

Allora. Emm. Prima di tutto vi parlo del.. Eh. Ecco. Ora mi viene in mente. Aspè mi squilla il cellulare. Pronto? No grazie non mi interessa, no grazie il materasso non lo cambio con un comodino, che cazzo di offerte fate? Ecco ci sono. Ok. Dicevo. Le cose belle, le cose belle. Come faceva la canzone di Nicola di Bari? La prima cosa bella, me l’ha data tua sorella. Aspè mi squilla il cellulare. Pronto? No, non mi iscrivo in palestra tanto verrei solo per lavarmi i piedi nella vasca idromassaggio. Dicevamo. Cazzo non mi viene in mente niente.

No, scherzo dai. Vuoi mettere l’amore di tuo figlio, col masticare la pizza gommosa e fredda attaccata al cartone della pizzeria turca? Vuoi mettere il suo sorriso, quando torni a casa e devi subito scendere a buttare la spazzatura che manco Babbo Natale durante il boom economico era così carico. Vuoi mettere il suono della sua risata col diventare 1° azionista di Just Eat? Sì cazzo, voglio mettere.

Scusate ma la mia vita ha avuto troppi cambiamenti, dormo poco, mangio male. Sono passato da una vita in cui c’ero solo io, egoista supremo figlio di Muphasa, penso solo a me e a te ogni tanto, scusa ma sono Leone e di natura sono solitario. Poi sono passato a condividere l’ultima patata al forno bruciacchiata con Sara, mannaggia a lei e quando l’ho incontrata. Io penso che, donare quella patata al forno, l’ultima cazzo, sia da considerare un gesto di amore estremo. E comunque è quello che provo per lei, non ci giro molto intorno. E’ lei la mia luna, il mio sole, la mia Venere. Scusate i riferimenti al sistema solare, ma ultimamente c’è un video che ad Evelyn (Cristian n.d.r.) piace molto, e parla dei pianeti. Non contento di aver trovato quella giusta, arriva Pannolino detto Cammello detto Pannocchia detto Gutierrez, che spazza via ogni briciolo di dinamica rimasta. E’ quello che succede. Una bomba, si salvi chi può, dove sono le scialuppe, sbaglio o ce ne sono poche di scialuppe, non ti preoccupare c’è Jack Dawson che ci salva.

Torni a casa dal lavoro, alzi lo sguardo, 18.30, figata. Rialzi lo sguardo 23.58, porca puttana! Ma cosa è successo in queste 6 ore? Ho mangiato un altro kebab stasera? Ancora Coca, birra, salse, patatine sgonfie? E domani? Cazzo domani pediatra, i pannolini sono finiti, c’è l’ultima mela per la merenda di Cris poi dobbiamo prenderle, chissà se dormirà stanotte, ecco si è svegliato deve ruttare, tienilo così che sennò non rutta, tienilo a testa giù che sennò si trasforma in Batman, lancialo dietro l’armadio così non ci trova, buonanotte.

C’è stata una settimana dove volevo andare a cambiarlo. Volevo sapere se fosse in garanzia, magari mi davano in cambio un 18enne già sgamato, prossimo alla maturità con problemi di droga. Mi sono immaginato un dialogo alla Mangiagalli tra me e la tizia allo sportello.

“Buongiorno”

“Buongiorno ha preso il numerino?

“Sì, ho selezionato l’opzione cambio figlio”

“Maschio o femmina?”

“Maschio, maschio, femmina non la farei uscire di casa.”

“Lei è sicuramente meridionale”

“No, leone ascendente gallo”

“Allora un maschio. Abbiamo disponibile un ghanese di 41 anni, al momento lavora come raccoglitore di olive nella zona del Gargano”

“Qualcuno di più giovane scusi? Magari con meno sbattimenti”

“Non sarà mica razzista?

“No no, mangio tutti i tipi di verdure” Anche se le i cavolini di Bruxelles..

“Senta abbiamo poco tempo. Oggi c’è arrivato uno svedese di 8 anni, suona il pianoforte, risolve il cubo di Rubik in 1 minuto, biondo, occhi azzurri.”

“Per caso sa se può avere sconti all’Ikea di Cesano?”

“Avanti un altro prego!”

Ma no, come potrei? Quando torno dal lavoro, puzzo di fritto, di brodo, di brodo fritto e lui ride. Cazzo come ride ragazzi, esulta! In braccio a Sara cerca di scappare perché sa già che giochiamo a “Ti prendo? Ti prendo?” E lui ride come un matto. Appena sente la mia voce si dimena come un’anguilla, e Sara bestemmia ovviamente. Di mattina mi aiuta a preparare la colazione. Io gli passo le tazze, e lo aiuto a non farle cadere. Io gli passo la scatola di biscotti, e lui la stringe forte fino a mollarla sopra la tavola. Io gli spiego come far bollire l’acqua  e lui mi ascolta. Tutto questo alle 7.30, dopo che si è svegliato sclerando alle 6.50, poppata vorace, cacca profumata come la giaccona di John Snow e rutto libero. Ma poi guardate che carino col volpino in testa:

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L’amore per loro mi fa andare avanti. L’amore mi fa svegliare, anche se dormirei un paio d’ore in più. L’amore non mi fa sentire la schiena a pezzi, i polsi spezzati, le narici bruciate dall’odore acre dei pannolini farciti. Alla fine penso che avere un figlio sia una relazione, una normalissima quanto complicata relazione d’amore. Alcune mamme non sopportano di non allattare più, perché si sentono lasciate. Alcuni papà si chiudono in loro stessi, perché si sentono accantonati. Amo lei, amo lui, e io? Non ci si può annullare, questo ho capito. Annullarsi finisce col metterti in un angolo, vuol dire non curarti più, non pensarti più. E non mi sento egoista, per niente. Dedicare tutta la vita a tuo figlio per poi ricordargli a 18 anni “Ho dato tutta la mia vita per te, e tu mi tratti così?”. O sparare frasi tipo “Non sai quanti sacrifici ho fatto per te.” Se fai dei sacrifici, falli e basta. Non farli per poi pretendere un premio. Questo è secondo me essere un buon papà. Esserci sempre nel momento del bisogno, essere sincero, severo al punto giusto, amico al punto giusto. Lo so, sono solo parole, ma mio papà lo considero un amico, e ogni tanto per raddrizzarmi avrebbe dovuto fare il papà, non l’amico. Però come fai a prendertela? Papà Frank voleva solo fare del bene. E magari seguirò i suoi passi. Voglio che si diverta, che non abbia paura di sbagliare, che sia tranquillo nel sentirsi mediocre in qualcosa.

Sono papà da 6 mesi, quasi 7, e mentre scrivo lui dorme come un sasso. Non lo sa che io e Sara stiamo progettando la sua merenda, la sua cena, la merenda e il pranzo di domani, l’asilo. Cosa dicevo circa il fatto di non annullarsi? E se poi ti guarda così? Cosa puoi fare se non mordergli le guance? Qui stava lavorando come presentatore di SkyTg24

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Per la rubrica foto rubate all’agricoltura, ecco una donna stanca che dorme sul divano con la bolla al naso:

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Pubblicato in: Daddy

Essere papà. Istruzioni per l’uso. Primi 3 mesi.

Prima di tutto, permettetemi di dire una cosa. Io, papà, lo sono diventato l’8 luglio e non prima. Tutte le storie “quando l’ho visto muoversi in pancia, sono cambiato” – “quando ho saputo che aspettavamo un bambino, il mio spirito pellerossa è venuto fuori” – “appena ho visto la mia compagna mangiarsi un cinghiale intero…” Cazzate. Prima di tenere in braccio culo flaccido, non avevo minimamente cambiato personalità e modo di pensare. Non vedevo l’ora di vedere Sara tornare ad una forma umana. Avevo paura che mangiasse anche me, magari nel sonno. Pensa ai giornali “Donna gravida ingerisce compagno, assolta perchè aveva molta fame”. Che ingiustizia.

Il suo piede sinistro era più gonfio del destro. A dirla tutta, era più gonfio di Spongebob.

Video di bimbi appena nati? Ok, ma un paio poi basta. Cerchiamo il pediatra? Ok, basta che sia vicino casa.

Il papà diventa, in gergo calcistico, il centrocampista della famiglia. Un numero 4, quello che si becca le ammonizioni, quello che finisce la partita con la maglia lercia di fango e che non riceve alcun premio.

Solo gestire i parenti in ospedale, solo per quel momento, ho studiato gli allenamenti di Pep Guardiola. Mi dovevate vedere alla Mangiagalli, con l’asciugamani sulla spalla e il fischietto in bocca. Incominci a fare sacrifici, ma non senti che sono realmente sacrifici. Torni dal lavoro stanco come Messner, lo prendi in braccio, e ti torna la forza di Messner, ma senza le vesciche. Ti sveglia nel cuore della notte quando tu hai la faccia di Vanna Marchi, lo prendi in braccio, lo coccoli e gli urli nell’orecchio “D’AKKORDOOOO?”

Siamo andati in vacanza, non volevo mica cominciare con la frase “Eh sai, troppo piccolo, stiamo a casa” No perchè ci sono genitori che hanno paura ad uscire col piccolo. E poi ci sono i genitori che sono genitori da sempre che sparano consigli “Il mio piccolo ha 25 mesi e non ha mai dormito” “La mia bambina ha 15 mesi, 7 giorni e 3 ore esatte e non vuole vedere nessuno dopo le 6 di sera”

Oltre al calcolo dei mesi che mi prende sempre qualche ora, mi chiedo sempre “ma che cazzo dici?”. Pannofino si è fatto delle belle sagre come quelle della Porchetta, della Trofia al Pesto, del Cinghiale e della Birra. Non nascondo le difficoltà che si presentano con un neonato. Musica alta, via. Freddo e umido, via. Deve poppare tra mezz’ora, minchia corri a casa che comincia ad urlare manco la Callas.

Che foto dolce eh? Sara, Paimg_0887nnolino ed io, un aperitivo spensierato ad una comoda ora, in un giorno qualsiasi di agosto. La piscina ci aspetta, la focaccia ligure anche se siamo in Piemonte è fragrante e pronta da mordere, da degustare mentre il cocktail analcolico e fruttato ci rinfresca la gola. Che bel momento eh? Se non fosse che dopo 2 minuti, il piccolo dinamitardo non decida di esplodere in un pianto epocale. Fine del pomeriggio signore e signori, questa non è una esercitazione, ripeto questa non è una esercitazione. Prendete i vostri effetti personali meno ingombranti, prima le donne e i bambini, le scialuppe di salvataggio sono qui qui qui e qui, grazie per aver volato con voi, attenti al gradino.

Andare in vacanza con un neonato è una continua scommessa, o per dirla tra di noi, una bestemmia in evoluzione.

Dormiremo? Mangeremo ad un orario umano? Moriremo dalla puzza? Riusciremo a sorridere a tutti i passanti che sorridono guardando Pannolesto?

“Che bravo che è” Bravo un cazzo signora, sta dormendo, se lo avesse sentito prima avrebbe perso la sua dentiera per strada”

“Che bella bimba!” Bimba tua sorella, è un bimbo e ha il pene. Non vedi?

“Che grosso! Quanto ha 9 mesi?” No ha 4 anni, vive come in quel film con Brad Pitt che invecchia e poi diventa giovane, poi va 7 anni in Tibet e deruba Andy Garcia al Casinò. O qualcosa del genere.

Lo rifarei eh. Dico andare in vacanza. Le Langhe sono un patrimonio dell’Umanità da conservare con gelosia. Vino buono, carne buona, sagre, poca gente e aria buona.

Alla fine ce la siamo cavata io e Sara. Meno male che esistono le bestemmie, pensavo tra me e me, mentre alle 3 di notte lo cullavo in preda alle coliche. Qualche puntura di zanzara, l’Italia pallavolo che perde in finale, l’olio del discount che sembra diesel, i fornelli dell’agriturismo che sembrano il Dolce Forno che usavo da piccolo.

Spero di essere un bravo papà, spero di continuare ad esserlo, un po’ come fa il mio. Sempre presente. “Papà, mi fai compagnia mentre faccio la cacca?” “Certo amore.” Da fargli un monumento. Adesso la cacca la faccio da solo eh.

Una cosa è sicura. I problemi di tutti i giorni diventano più piccoli, ma ne subentrano altri molto presto. Problemi nuovi, una coppia che non è più coppia ma un bel trio. Si cucina con lui in braccio, ci si bacia più tardi perchè lui piange, ci si guarda negli occhi un’altra sera perchè lui ha appena rigurgitato.

Finisco questo post con lui in braccio, si è addormentato a bocca aperta sulla mia spalla. Gli ho dato per la prima volta il biberon e ammetto che questa cosa mi ha emozionato. Scoreggia kid dormirà per altre 4 ore e poi si ricomincia, mi conviene postarlo in fretta, perchè quando si sveglierà sarà più incazzato di Rambo 1,2, e anche 3. Adesso però ha questa faccia qui, come si fa a non amarlo?

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