Pubblicato in: Daddy, Family club sandwich

Crepes alla Nutella

Domenica, sono le 7:20 e Cristian sussurra dal suo lettino:

“Mamma Saraaaaa..mamma Saraaaaaa”

In quel momento mamma Sara dorme con la bolla al naso, così il piccolo Cris, detto Trappola, si alza e con quei piedini avvolti da calze con gli squali, si dirige verso il nostro lettone. Accorgendosi che mamma Sara dorme come l’orso bianco delle Golia nel periodo del letargo, passa dalla mia parte ordinata del letto e chiede:

“Papà! Papà Bob?”

“Amore Bob (Bob Aggiustatutto n.d.r.) adesso dorme, è stato tutta notte in fabbrica e adesso fa la nanna”

“Papà Bob?”

“Bob amore sta facendo la nanna”

“Papà fai?”

“Anche papà sta facendo la nanna, come Bob e i suoi macchinari”

“Nari?”

“Sì amore, i macchinari come la ruspa”

“Luppa?”

“Eh sì”

“Papà fai?”

“Parlo con te amore”

“Amoe?”

“Eh sì, amore”

“Papà..papà fai?

E io con molta naturalezza mi giro dall’altra parte pungendo con l’indice la spalla di mamma Sara, invitandola a dare retta al piccolo Simba.

S “Cosa vuoi?”

Io “More va che è sveglio”

C “Mamma fai?”

S “Oh noooo.ma sono le 5?”

Io “Tecnicamente sono le 7 e mezza ma fuori c’è la nebbia di Twin Peaks”

S “Fatemi dormire”

C” Mamma! Mamma fai?”

S “frase in molisano poco comprensibile ma che non traspare nulla di buono

Io “Cris andiamo di la dai, non vorrei ti beccassi una coltellata da mamma”

S “Mi alzo anch’io. Stamattina sorpresa”

E mentre penso tra me e me che la sorpresa non sarà sicuramente l’estinzione immediata del mutuo grazie ad uno zio canadese di Sara che nella notte, causa fuso orario, le ha scritto su wazzup “Sara no preccupare ci penzo noi, ti faccio bonification e stat buen”. Perché i parenti di Sara sanno inglese, francese e dialetto. Sono fantastici da ascoltare. Vabbè non fatemi divagare, e poi mancano solo 34 anni per il mutuo.

Sara si avvicina al frigo. Sara prende le uova. Sara mi insulta perché il frigo puzza di Will il Coyote. Faccio spallucce facendo finta di non averla sentita, a causa dell’Aerosol in corso per Cristian, detto James Dean, visto la tosse che ha. Dean non so se tossiva, ma fumava di brutto. Sara consulta un noto sito di ricette e comincia a mescolare con una frusta in maniera decisa. Io le dico che la frusta da circo non è adatta per cucina, e le porgo quella da pasticcere. Bugia.

“Amore, ma l’impasto delle crepes lo puoi anche frullare lo sai?”

“E tu puoi anche spararti, lo sai?

Forse vi ho già raccontato dell’allergia di Sara, circa i miei suggerimenti culinari.

Aerosol finito, posso cominciare a rincorrere Cristian, detto Niki Lauda, per tutta la casa e fargli soffiare il naso. Dopo averlo agguantato, lo infilo nella learning tower per assistere alla cottura delle crepes. Padella calda, burro, mestolata d’impasto e vai che si comincia.

Questo per me è puro spettacolo. Vedere Sara che gira le crepes, Cristian che l’aiuta con il mestolo facendo ovviamente cadere impasto sulla piastra, Sara che invoca San Giuppin’, io che gioco alla demo di Fifa ’19, segno e corro ad esultare in balcone, saluto il vicino di casa e rientro.

Scherzi a parte, ci siamo proprio divertiti. Abbiamo riempito le crepes con la crema di nocciole, io e Sara ci siamo goduti un espresso fatto da Clooney, Cris una tazza di latte di riso, che puntualmente rovescia sulla tavola e il vinile delle 4 stagioni che gira, zoppicando un pochino dato che gira da almeno 25 anni.

Si sta lontani tutta la settimana, tra lavoro, asilo, sbattimenti vari e metropolitane in ritardo, ma la domenica mattina no. La domenica mattina è nostra, come quella di tante altre famiglie. Era nostra la domenica mattina quando mio papà Frankie mi portava agli allenamenti. Era mia e di mio nonno quando mi accompagnava a vedere i cavalli, all’ippodromo di San Siro. Era mia e di mia mamma quando mi faceva tagliare le uova sode, con l’apposito taglia uova, per la pasta pasticciata. Era mia e di mia nonna Nive, quando le chiedevo per l’ennesima volta di prendermi la palla, che si era infilata tra i rami degli alberi sotto casa. Ora quel giardino non c’è più, però c’è un ampio parcheggio. Aveva ragione Celentano sulla storia delle deforestazione. Era mia e di mio fratello Andre, detto Nik Nik, quando mi svegliavo prima apposta e accendevo il lettore cd al volume dei Van Halen, per farlo spaventare.

Beh questa domenica mattina è stata molto nostra. Purtroppo non abbiamo foto di crepes ripiene, ricordatevi che siamo sempre la Family Club Sandwich, e davanti al cibo non c’è instagram che tenga.

 

Annunci
Pubblicato in: Daddy, Family club sandwich

Patatignas De la Fuentes de la Mirallas Dos Santos (Nachos)

Mi piace chiamarli come un giocatore brasiliano, mi piace guardarli mentre il formaggio sfrigola sopra di loro nel forno modalità grill, temperatura “la massima che riesce il mio forno nuovo ma scrauso”. Ci piace soprattutto mangiarli, a noi della FCS, la cosiddetta Family Club Sandwich. Anche se in questi casi non siamo poi un così stretto club, perché i nachos vanno mangiati caldi, con il formaggio filante e Cristian che, inevitabilmente si scotta. Io e Sara in questi casi non lo aiutiamo, anzi, facciamo una guerra fredda stile anni ’80, per chi si accaparra quelli più pieni di condimento.

– Mamma caldo?

– Amore scotta?

– Sì, caldo..

– Eh dai soffia. Dai che ce la fai da solo.

Da notare che in quel frangente Sara parla a Cristian – detto battibecco – con la bocca strapiena di nachos bollenti. Io faccio finta di niente e mangio più che posso, fino a perdere la sensibilità di tutta la cavità orale.

Ho alcuni tricks per allontanare Sara da tavola, durante pasti del genere. Parlo di pietanze come patatine fritte, patate al forno, crocchette di patate, arancini di riso filanti. Piatti da film western, dove ci si può scannare per l’ultimo boccone.

1° esempio

– Mi sa che sono i tuoi che ti stanno videochiamando.

– Ma ho la suoneria, non sta suonando.

– Sento vibrare. Dai che magari poi si fa tardi e non puoi sentirli. Poveri, abitano così lontano…

– Aspè fammi controllare.

E lei si alza.

2° esempio

– Occhio c’è una cimice.

– Dove??!!

– Eh dietro di te, ma non ti alzare di scatto.

Lei si alza, di scatto.

3° esempio

– Sara, non ti sembra caldo Cristian?

– No, non mi pare

– Eh sì, piccolino. Sentigli la fronte. Speriamo non sia un’altra otite.

– A me non sembra.

– Magari questo è il momento giusto per provargliela. Dai, adesso che è impegnato a mangiare. Poi magari non vuole.

– Dai prendo il termometro.

E lei si alza, come quando Cristian, detto Barberino, finisce la guida per la patente del pullman dell Coop

Ora che ve li ho raccontati, me li sono bruciati, ma va bene così. Tvb Sara.

 

Il piatto unico senza posate è quello che noi FCS preferiamo di più, perché sporcarsi le mani dall’inizio alla fine del piatto, è una cosa che amiamo. Forse è il senso di convivialità che regala un piatto come i nachos, guardarsi in faccia mentre si sgranocchia mi ricorda tanto i racconti di mia nonna. Provate ad immaginare una serata abituale a Bassano del Grappa, nord-est dell’Italia, anni ’50. Una colata di polenta in mezzo alla tavola e tutti i suoi fratelli, (6 maschi 5 femmine n.d.r.) intorno per accaparrarsi una cucchiaiata bollente di polenta, cioè farina di mais mescolata per tre quarti d’ora con acqua. Ma ci pensate? Provate a pensare al senso di famiglia che c’era dietro ad una cena, quando la cena c’era. E per colazione, che si mangiava dalla nonna Nive? Polenta abbrustolita con latte. Polenta finita? Pane secco nel latte. Pane finito? Eh, c’è sempre il latte, speriamo che la mucca non si ammali, sennò qui siam messi male.

Non voglio fare il pensionato che cammina con le mani giunte dietro le spalle, anche se mi piace da morire farlo, però questo senso di gruppo si è perso. Lo vedo quando ci capita di mangiare fuori, lo sento quando il tavolo di fianco al nostro è in silenzio, lo percepisco quando non sento ridere le famiglie in tavoli numerosi. I bimbi sono incollati allo smartphone davanti a qualche video lobotomizzante di Youtube, il papà controlla la mail e la madre parla a vanvera di quanto sua mamma sia diventata insopportabile.

Noi, che nella classifica dei bravi genitori siamo nel mezzo, ci vantiamo di riuscire a passare una serata al ristorante senza usare tecnologia. Ovvio che dopo un po’ Cristian vuole scendere dal tavolo e quindi va rincorso, e quindi saluti Sara e la tua birra, e quindi addio alle notifiche del fantacalcio, e quindi diventi anche tu un cameriere, e quindi devi dire alla gente dov’è il bagno (in fondo a destra, dai su, lo sanno tutti), devi dire che tuo figlio ha due anni e mezzo mentre il bimbo con cui gioca ha 31 mesi. Penso sempre ad un formaggio, quando mi sparano queste età. Per fare il genitore bisogna correre. Punto. Ce ne accorgiamo appena ci sediamo un attimo sul divano, più stanchi del Dalai Lama dopo il World Tour di preghiere con gli stessi sandali. Siamo lì che assaporiamo il telecomando, vediamo già la scritta Netflix rossa con tutti i suggerimenti che non seguiamo, la Nespresso con le sue capsule colorate ci ricorda che siamo a pochi secondi da un caffè. E in quel momento, quando anche i vicini di casa chiudono la finestra per un po’ di privacy, in quel momento si sente una vocina. E con vocina non intendo quella di Barry Gibb, sto parlando della voce di Cristian – detto BeetleJuice – che, con in mano la sua ruspa, recita così:

– Papà! Papà vieni.

– Arrivo amore.

– Papà! Papà vieni.

– Sì amore, prendo l’ossigeno che usa Angus Young e arrivo.

– Papà guada!

– Eeeeee che bravo!

– Papà vieni?

– Sì.

Cenare insieme è conoscersi meglio, ogni sera che passa. Cucinare una cosa semplice come dei Nachos, o meglio comporre una ricetta così, può diventare un momento di gioco, di unione e di divertimento.

Istruzioni e ingredienti per una famiglia pronta a tutto, pur di accaparrarsi l’ultimo nacho:

Una busta gigante di patatine Tortilla low cost

Edamer a fette low cost

Un avocado (del diavolo) ((Sara mi ha appena tirato una cucchiaiata di legno sulla nuca per questa battuta))

Un pomodoro cuore di bue (o testa di bue come dice Nonna Nive) tagliato a cubetti e condito con olio sale e origano

Fagioli neri in scatola (prem prem, badaboom) quelli in zona etnica col titolo espanico

Yogurt greco

Limone (se Sara non ha comprato i lime) per la guacamole

Mentre parlavo con mia nonna di quali ricordi avesse durante le sue cene, mi sono messo a ridere insieme a lei. E non c’era niente da ridere sapete, perchè a volte la cena la saltava proprio. “Si stava insieme anche se non c’era da mangiare, giocavamo, ridevamo, non c’èra mica quel ca**o di wosap! I fratelli più grandi davano una mano nei campi e i più piccoli stavano a casa, quando c’era da mangiare mangiavi, altrimenti ti attaccavi…” non vi dico cosa ha aggiunto perchè siamo #familyfriendly, però me lo diceva ridendo, e questo può bastare.

 

Pubblicato in: Daddy

Noodles di riso con Gamberi e Broccoletti (li ha fatti Sara)

Senza Sara, questa ricetta sarebbe finita nel dimenticatoio. O meglio, proiettata dal balcone, lanciata verso la scuola di danza sotto casa, spedita nell’interspazio con Clooney e la Bullock. Ho avuto una reazione alla Paolo Di Canio, cartellino rosso senza nemmeno chiedere il V.A.R.

Ma andiamo con ordine.

Avevo comprato da Kathay, il mio pusher di fiducia di roba etnica, qualche trentina di euro di roba, appunto etnica. Ciotole stile giapponese, paste di curry piccanti, panko, zenzero, avocadi belli fuori ma agghiaccianti dentro, peperoncini così piccanti che ne ho assaggiato e sono stato tutta sera con il barattolo freddo dello yogurt sul labbro. Ero uguale a Stallone quando raccontava ai russi che tutto il mondo può cambiare.

Insomma avevo fatto spesa, tra cui i simpatici noodles di riso. Di riso perché Sara è in sbattimento col glutine. Capiamoci, non è celiaca, non le si gonfia l’aorta se assaggia un maccherone e non le esplode il corpo in più punti se si scanna una carbonara. Ho visto troppo Ken Shiro da piccolo. Però quando si può evitare, evitiamo il glutine, come si fa con i vicini di casa al mattino. Se stai per aprire e senti il tuo vicino già nel pianerottolo, beh, stai dentro. Non vorrai mica parlare di niente alle 7,45 del mattino, con una persona che non ha nemmeno la forza di dire “ehi ma sai che tuo figlio con quel monopattino in balcone fa casino?!”

Ecco, evitiamo.

Allora mentre sono qui sul divano, con il braccio tenuto su da un sexy foulard blu a pallini bianchi e rossi, cerco di dare indizi a Sara su come cucinare questi dannati noodles di riso.

Io, sono uno di quelli che legge le istruzioni attentamente, fino alla fine, vignette comprese, ma non le seguo mai. Mi soffermo spesso sulle indicazioni in altre lingue; a dirla tutta, metto più impegno a capire come diavolo funziona la struttura grammaticale della famiglia linguistica ugro-finnica, di quanto ce ne metta a capire come trattare questi noodles.

Che io poi li pronuncio “NUDL” Sembra un supermercato low-cost austriaco con la cassiera di 95 kg che ti guarda pensando a quanto sei italiano con quel cestello pieno di “ravioli bolonnese” e la pasta Barilla, che proprio non puoi farne a meno di mangiare la pasta eh? Comunque.

Io direttore di orchestra e Sara esecutrice. Ammetto che, Sara non è docile agli ordini, soprattutto se a darli è un tipo arruffone e al momento acciaccato in più punti del corpo come me. In ogni caso, contro ogni pronostico, ci scontriamo solo un paio di volte, senza nemmeno che io rischi un’accoltellata al rene. Forse mi vede indifeso, col braccio legato e il ghiaccio sul ginocchio. Devo farmi tamponare più spesso. No, meglio di no.

Beh Sara va alla grande, aglio che sfrigola, broccoletti che si colorano insieme alle carote, cipolla rossa che si caramella grazie agli zuccheri presenti nella salsa di soia. Insomma, tutto va alla grande, quando sorge il momento NUDL. Io, col braccio buono, leggo sulla confezione “lessare per 3 minuti, poi sciacquare per fermarne la cottura” Dopo aver letto anche in cinese e in russo, senza capirne la struttura grammaticale, annuncio a Sara:

 

– Vai, lessali 3 minuti e poi li scoli.

– Poi li faccio saltare insieme alle verdure?

– Sì, ma prima falli scolare.

– Aggiungo i gamberetti adesso ok?

– Ok, ma fammi vedere se gioca Simeone che devo fare la formazione.

– Sparati.

– Dopo, amore. Prima il fantacalcio, poi gli spari.

Il dramma si consuma subito. Sara, la donna che amo e che almeno una volta alla settimana vorrebbe uccidermi nel sonno, alza dallo scolapasta un gomitolo di NUDL, indistricabile. Io le chiedo perché abbia l’intenzione di giocare con un gattino, visto che di gattini in casa non ce ne sono. Lei mi fulmina con lo sguardo che –Clint Eastwood ho capito da chi hai preso-

– Ma sono stracotti.

– Ma come? Non li hai sciacquati?

– Adesso ti procuro un trauma contusivo anche all’altro braccio, così vediamo poi come ti lavi.

– Potrei non lavarmi, sai?

– Potrei ucciderti nel sonno, sai?

Meglio evitare, come i vicini, ricordate?

Beh alla fine ne abbiamo lessati altri 100 grammi, ma poi li abbiamo anche sciacquati sotto acqua fredda, e come per magia..zak. NUDL perfetti.

Ecco più o meno come prepararli.

Ingredienti per 2 persone che vivono insieme e come aperitivo si sono mangiati un toast prosciutto e formaggio a testa con maionese e Coca-Cola:

1 carota

qualche cima di broccoletto

1 cipolla rossa

2 spicchi d’aglio

salsa di soia q.n.v. (quanta ne vuoi)

gamberi gelo annata 2013 mezza busta

NUDL di riso 100 g

Scaldare una padella e far imbiondire l’aglio, mi raccomando imbiondire e non imbrunire, vero Sara?

Aggiungere le verdure e cuocerle a fuoco alto, così rimarranno croccanti. Unire i gamberi ancora gelo, tanto ci mettono poco ad ambientarsi e aggiungere salsa di soia a piacere. Lessare i NUDL, scolarli e passarli sotto acqua fredda per evitare il gomitolo, e soprattutto gli insulti della vostra compagna/o.

Mancano solo le mandorle tostate e poi potete mangiare. Buon appetito.

 

Grazie Sara per il supporto, ti abbraccio forte, con un braccio solo.

 

Pubblicato in: Mom

Beatitudini genitoriali

GUIDA ALLA LETTURA: quella che segue è una riflessione generata dal vissuto dell’ultimo mese. Un mese importante per me, Manuel e Cris perché, alla soglia dei 2 anni del piccolino, ci siamo finalmente scoperti Famiglia, con tutto ciò che ne consegue: uniti, ma ognuno con le proprie individualità. NON è una polemica, solo un pensiero per parlare di ciò che succede un po’ a tutti e usare l’opposto è solo meno doloroso. A noi ci son voluti 2 anni, ma ora ci siamo. Sara, Manuel e Cristian. Sara e Manuel. Sara e Cristian. Manuel e Cristian. Sara. Manuel. Cristian.

 

Beate quelle donne che si sono sentite mamme fin dal primo istante in cui hanno scoperto di aspettare un bambino. Beate quelle mamme che son tornate ad essere e sentirsi donne il secondo dopo aver partorito, senza crisi d’identità, senza guardarsi allo specchio e non riconoscersi. Beate quelle che non hanno sentito di abitare un corpo che non potevano più chiamare “mio”. Beate quelle che non si sono sentite inabili e inadeguate, brutte, grasse e incapaci di suscitare interesse. Beate quelle donne che sono arrivate alla maternità preparate e beate quelle mamme che hanno avuto famiglia o amici accanto che dessero loro il tempo di farsi una ceretta o lavarsi i capelli. Beate quelle che non sono state travolte da un figlio e che quel figlio sapevano esattamente quale fosse il verso giusto per tenerlo in braccio e non vagavano a caso per cercare di capire come si facesse la mamma.

Beati quegli uomini che si sono sentiti papà fin dal primo istante in cui hanno scoperto di aspettare un bambino. Beati quei papà che lo sono stati dal secondo dopo che la loro compagna aveva partorito. Beati quei papà che, da subito, sono entrati a far parte del nuovo trio, che non si sono mai sentiti fuori luogo, che hanno ricevuto sempre le giuste attenzioni dalla loro donna. Beati quei papà che non hanno mai smesso di sentirsi uomini e desiderabili e beati quegli uomini non sono mai stati così stupidi ed egoisti da cercare altrove qualcuno che desse loro quelle attenzioni.

Beate quelle coppie che si sono ritrovate in fretta dopo la nascita del figlio, che son tornate a condividere il letto senza sforzi di sorta, che non hanno attraversato crisi, che non hanno subìto giudizi. Beate quelle coppie integre, che non hanno avuto bisogno di sbattere la testa contro il muro, analizzare e piangere e ripercorrere e parlare ancora fino alle 4 del mattino, per cercare di tenere insieme la famiglia. Beate quelle coppie che non hanno mai perso il desiderio sessuale, nonostante la stanchezza, nonostante un “terzo” in casa.

Beate quelle donne che non son mai state ferite.

Beati quegli uomini che non sono mai stati deboli.

Beate quelle coppie che non hanno mai visto il futuro sgretolarsi davanti agli occhi.

Vi svelo un segreto: non è così che gira sempre il mondo. Il mondo è fatto anche di baby blues e di depressione post partum, di secchezza vaginale e di cistiti. È fatto di solitudine e incapacità di reagire. Il mondo è fatto di specchi che non rimandano l’immagine desiderata, di sforzi che non sembrano apprezzati. È fatto di persone che vivono, sentono, sbagliano; di persone che si mettono in gioco e si beccano anche gli insulti e di quelle che rimangono in disparte. Persone brutte, persone incantevoli, persone determinate, persone che non hanno bisogno di guardare gli altri e persone che hanno bisogno di non sentirsi giudicate. Perché il mondo è fatto di scelte, è fatto di 7,6 miliardi di punti di vista, di esperienze, di emozioni, di automatismi, di riflessioni, di ostacoli.

Il mondo è fatto di donne che soffrono in una società che non permette loro di essere mamme serene, che non fornisce loro gli strumenti giusti per tornare ad essere delle donne serene. Il mondo è fatto di nascite e la nascita di un figlio fa saltare in aria qualsiasi dinamica di coppia e spesso l’autostima di entrambi. A volte fa andare mamme e papà a velocità diverse e, ad un certo punto, uno dei due rimane indietro.

Ogni vita è diversa, ogni esperienza ha un suo valore, ogni persona ha un suo valore. Non siamo tutti bravi, non siamo tutti cattivi. Ognuno di noi, nel corso di quest’unica vita che abbiamo, fa cose lodevoli e cose riprovevoli e ognuno prova a farcela a modo suo. Alcune cose sono più importanti di altre, pian piano donne e uomini, mamme e papà risalgono la china; con le proprie sole forze o con l’aiuto di qualcuno, grazie ad uno shock o stringendo i denti e spingendosi su a vicenda. Qualcuno non ne viene mai fuori, altri non hanno problemi.

Essere genitori è un’avventura che bisogna affrontare con gli strumenti adatti: non si può andare al mare in tuta da sci né a sciare in costume. O meglio, si può ma sarebbe un bello sbatta entrare in acqua così bardati e chissà che febbre alla fine della pista! Gli strumenti li si trova, in un modo o nell’altro. Mamme e papà guardatevi intorno, chiedete aiuto, parlatevi, ascoltatevi. Non siete solo delle mamme e non siete solo dei papà, siete degli individui che hanno dei desideri, potete desiderare e desiderarvi, dovete farlo. E fatelo!

Pubblicato in: Mom

Naked

Naked era l’ultima canzone del ciddì preferito della Sara 13enne che si apprestava a conoscere le disgrazie dell’adolescenza, dalla quale (adolescenza) sarebbe uscita con (molte) ferite e (pochi) strumenti per gestirle. Naked era anche la canzone successiva alla canzone preferita della Sara 13enne, sulla quale, quindi, si riversavano tutte le emozioni evocate dal precedente pezzo.

La canzone in questione era Too much to ask, l’album era Let go, e l’artista era una giovanissima, canadesissima, dai capelli liscissimi Avril Lavigne. Quanto abbia inciso su di me quella ragazza e quell’album è di facile comprensione: io ero una ragazzina fissata con capelli lisci ultra piatti effetto leccata di mucca, fiera indossatrice di cravatte che mi facevano sentire a tutti gli effetti una figa atomica, amante di borchie e Dr. Martens di quelli alti fino al ginocchio (che suddetta ragazzina ormai donna possiede ancora), portatrice strafottente di matita nera sugli occhi e “non me ne frega un cazzo del mondo” mood.

In realtà questo album è stato molto di più per me: io ho iniziato ad amare ed imparare l’inglese grazie a quei testi, volevo sapere cosa dicessero e allora mi mettevo alla mia amata scrivania e ascoltavo e traducevo e riascoltavo e ricantavo. Quell’album mi ha insegnato a dare un nome alle sensazioni che iniziavano ad affiorare in me. “It’s the first time I’ve ever felt this lonely, I wish someone could cure this pain..” recitava l’inizio della canzone prefe. Io avevo (e, ad onor del vero, ho) il male di vivere facile, non è quindi arduo immaginare quanto potessero risuonare in me quelle frasi. Sentivo in lei un’amica che mi raccontava esattamente come mi sentivo, che a volte parlava di cose che non conoscevo ancora, come ragazzi, storie finite, ma mi struggevo lo stesso, come se fossero state mie.

Ho iniziato il liceo e lì le cravatte, i capelli lisci, la matita nera, i polsini, gli anfibi erano ciò che volevo parlasse per me, ciò che mi faceva sentire sicura, definiva la facciata di un’identità che non sapeva ancora da che parte andare. “I wake up in the morning, put on my face, the one that’s gonna get me through another day” iniziava, invece, Naked. E io mi dicevo che anche io ero così, che al mattino indossavo la mia “maschera” che mi avrebbe portato alla fine della giornata e che, invece, quello che sentivo me lo gestivo io, poi, nella mia cameretta, a scrivere e a sognare alla finestra colui che mi avrebbe fatto cadere questa maschera e mi avrebbe finalmente lasciata libera di essere chi volevo. “I’m trying to remember why I was afraid to be myself and let the covers fall away. I guess I never had someone like you to help me, to help me fit in my skin” – Credo di non aver mai avuto nessuno come te che mi aiutasse a star bene nella mia pelle. Questa è la chiave di ciò che quel Let go mi ha dato 15 anni fa.

Il fatto che io questo Someone like you lo abbia trovato solo 11 anni dopo e che solo ora, 15 anni dopo, io mi senta davvero bene In my skin, è tutta un’altra storia. È la storia più difficile da raccontare, la storia di una mamma che non era stata abbastanza figlia e non era pronta a vedersi portar via il ruolo. La storia di una mamma che ha dovuto lottare forte per tornare ad essere anche una donna e che, finché non ci è riuscita, non poteva accettare di essere mamma. Inutile girarci intorno: diventare mamma è estremamente complicato, delicato, sfiancante, frustrante, a tratti appagante, ma sconsideratamente DURO. Diventare mamma ed essere SOLA per 9 ore al giorno, dal lunedì al venerdì, per i primi 9 mesi di vita del bambino, finché non torni al lavoro e puoi finalmente smettere di piangere per le tue difficoltà e iniziare a sentirti in colpa per aver lasciato tuo figlio così piccolo, è tutt’altro che divertente.

La verità, a nudo, è che per quanto un figlio io e Manuel lo avessimo desiderato e scelto, per quanto ci sentivamo pronti ad affrontare qualsiasi difficoltà, così tanto pronti poi non lo eravamo mica. Penso che nessuno lo sia, tutto sta nella modalità con cui ci si rapporta al cambiamento drastico di vita. La verità è che io non l’ho affrontata bene, non l’ho vissuta bene, non l’ho gestita con gli strumenti che pensavo di possedere. La verità è che davvero certe cose sono inevitabili, la verità è che certe persone davvero fanno schifo, la verità è anche che l’amore poi, quando c’è per davvero, tutto quello schifo lo affronta e ne viene fuori con una forza spaventosa. La verità è che le persone piccole e meschine rimangono sempre col culo all’aria e niente in mano. La verità è che ho scoperto di essere una leonessa, che so proteggere i cuccioli, che so fare la mamma e sono una mamma al 100%, che sono anche una donna al 100%, che sono una figlia al 100% ma non più con le pretese di cura e di attenzioni di prima. Ho scoperto di essere in grado di gestire tutte le sfere del mio essere, che queste non si sovrappongono, non tolgono nulla l’una all’altra anzi duplicano. Ho scoperto di avere delle amiche, vicine, lontane, alcune vecchie, di sempre, altre nuove. Mi sono appoggiata a loro e sono state il mio bastone, mi hanno sostenuta e “lanciata” verso la fioritura.

Ci son voluti 2 anni, tante lacrime, una doccia fredda, un percorso psicoterapeutico (ancora in corso), scoprire che per alcune “donne” (e lo virgoletto perché definirle tali offenderebbe il genere) il fatto che un uomo abbia avuto un figlio non è un deterrente per fargli vedere le mutande, fingendo vestiti rotti, bottoni saltati e chi più ne ha aggiunga pure, tanto la dignità, la tipa, non è mai passata a ritirarla. C’è voluto tutto questo e moltiiiissimo altro ancora per permettermi di essere la donna che sono oggi, per permettermi di essere Naked e sentirmici bene.

Pubblicato in: Senza categoria

MA COME SI FA IL PAPA’ – SPECIALE NONNA/MAMMA

MA COME SI FA IL PAPA’ – SPECIALE NONNA/MAMMA

Mia mamma è sempre stata una mamma chioccia. Questo suo comportamento ha inciso clamorosamente su di me. Io sono maturato tardi, sono un avocado che non si è mai ammorbidito, una banana che non è mai diventata neretta al suo interno, una pesca che..vabbè.

Diciamo che alcune brutte abitudini me le porto ancora con me, tipo:

  • Calze sotto al letto che vengono ritrovate solo al trasloco
  • Cucina lasciata a marcire con padella incrostate
  • Cesto panni sporchi che si lacera da quanta roba c’è dentro
  • Etc etc perché sono pigro, anche nel descrivere cose per le quali sono pigro

Questo non fa altro che far incazzare Sara tipo puma in periodo invernale, cioè quando i puma hanno fame.

“hai capito proprio male che ti faccia da mamma, caro mio!”

E come biasimarla? Io non mi farei da mamma, non mi farei nemmeno da spazzolino se è per questo. Che brutta la vita dello spazzolino però. Cioè entri nella bocca del tuo padrone proprio nel momento peggiore della giornata. Di mattina ti becchi la cammella del mattino, dopo pranzo ti cucchi la roba incastrata tra i denti, e, dolcificantes  in findus, prima di dormire devi fare le pulizie quelle grosse. Anyway.

La mamma è sempre la mamma, la zia è sempre al Lidl, il pallone è mio e in porta ci vai tu.

Scherzi a parte, qua si rischiano i coltelli. Vi spiego. Mia mamma ha riconosciuto subito Sara come quella giusta per me, ancor prima di conoscerla, ancora prima che Sara nascesse, mia mamma è Vanna Marchi. Scherzo. Le parlavo di come Sara camminava, di come Sara scriveva, di come Sara mangiava al pari di un giaguaro magro, insomma parlavo molto di lei. Ora arriva il bello. Da piccolo, abitualmente, salutavo mia mamma con un innocente bacio in bocca, ma col passare del tempo le cose sono cambiate. Ora ci scappa un abbraccio, un bacio sulla guancia, cose da mamma figlio insomma. Arriva il gran giorno della presentazione di Sara e mia mamma cosa fa? Mi prende la faccia in mano e mi stampa un bacio in bocca, proprio davanti a Sara, che incredula strabuzza gli occhi. È stato chiaramente un passaggio di proprietà, come quello che si fa all’ACI. Sara ancora me la ricorda sta storia, ed io me la rido bellamente.

Il rapporto tra madre e figlio è qualcosa che va oltre l’amore, ci pensavo mentre alla prima ecografia, quando Cris, detto Docciaschiuma delicato, era grande come un pollice. Lei ha dato asilo politico a Cristian per 9 mesi, gli ha dato da mangiare e da bere, lui era attaccato a lei e un bel giorno, precisamente l’8 luglio, si è staccato. Avete presente quando una donna incinta si tiene la pancia sorridendo? Ecco quello che voglio dire. Lui nasce grazie a lei. Ok anche grazie a quei 2 minuti miei di passione sfrenata; però se ci pensi bene, Cristian passerà tutta la vita a cercare ancora quei momenti in cui era attaccato al “Cordone spaziale free food and beverage 24/7”. Cioè lui era lì, posizionato come un pollo allo spiedo, lì dentro alla sua pancia, più ci penso e più mi pare assurdo. Ha sentito per 9 mesi tutte le emozioni di MammaSara, ha ascoltato le nostre discussioni, le nostre risate, i nostri pianti, i nostri spuntini ipocalorici, le nostre nottate calde milanesi con il cono gelato in mano, per le vie di Via Al Fohnso Ahmed Capecelatroh. Alcune mamme allattano il figlio fino a 5 anni, le mamme svedesi li lasciano fuori dal locale per temprarsi, le mamme napoletane li fanno nuotare nell’acqua della mozzarella, alcune mamme si sentono brutte, inadatte e cadono in una depressione pericolosa, altre se ne fottono e ne sfornano un altro subito, manco fossero una panetteria.

Quanta mamma di Sara, ci sarà in Sara? Quanto mio papà ci sarà in me? Minchia che domande. Per capirci. Quando bisogna fermarsi, nell’educazione di un figlio? Quando ci accorgiamo che nostro figlio è diventato una nostra copia, sapremo riconoscerlo e dire basta? I miei amici, quelli rimasti, hanno sempre invidiato il rapporto che ho con i miei genitori, mentre Sara se n’è andata di casa a 18 anni, con una valigia piena di speranza e rancore. Quindi chissà che algoritmo verrà fuori, unendo due fattori come noi.

Poco tempo fa ho avuto una discussione durissima con mio fratello, dove mi rinfacciava alcuni miei comportamenti avuti in passato, ai quali però io non avevo dato peso. Mi sono subito chiesto, dove fossero in quel momento i miei genitori, dove avevano messo la paletta biancorossa da vigile per dare una regolata al traffico familiare. Sono cresciuto assistendo a momenti fantastici, conditi con bassifondi difficilissimi, ma ci siamo sempre rialzati, io e la mia famiglia. Ora la mia famiglia è fatta da Sara e Cris, detto Gianni Pettenati, quello di Bandiera Gialla, e di momenti di difficili ce ne sono stati e ce ne saranno ancora. Ieri pomeriggio lo stavo cambiando, ed è successa una cosa fantastica. Pannolino nuclear-cacato a parte, io ero serio, ero triste, ci può stare ogni tanto. E con Botteguin ci scherzo sempre, soprattutto quando è sdraiato e posso fargli qualche pernacchia sulle cosciotte scoperte, ma in quel momento ero proprio fuori dal mondo e lui, ha richiamato la mia attenzione.

“papà!” e io non rispondevo. “Papaaaa!” e io niente. Lui mi prende la mano, indica il suo piede e mi dice “Papààà, e pussa!”

Ora vi spiego. Quando gli togliamo le calzine, siamo soliti come altri genitori a commentare con un “cheppussa” i suoi piedini puzzolenti di fontina taleggiosa. Cris in quel cambio di pannolino ha capito che c’era qualcosa che non andava, non stavamo giocando, e allora mi ha fatto giocare lui obbligandomi a tornare sulla terra. Ha chiaramente preso la mia mano, mi ha consegnato il suo piedino costringendomi mentre già rideva a fare il gioco del piede puzzolente.  Io ho sorriso, avevo il classico sorriso che si fa quando vedi una slideshow di foto di famiglia, solitamente con in sottofondo Adele che canta una delle sue hit strappamutande e/o strappalacrime. Gli ho detto: “grazie amore” e lui mi ha risposto “cacci”, che vuol dire grazie a modo suo.

Mi ha dato una gran forza quel suo gesto, non me l’aspettavo. Per la prima volta ho potuto contare su di lui. E allora come si fa il genitore? Non lo so, sto ancora imparando, l’ultima lezione me l’ha data un bimbo di neanche 2 anni.

Pubblicato in: Daddy, Family club sandwich

Ma come si fa il papà? – Speciale nonno –

E se poi mi assomiglia troppo? E se poi come diceva Roberto Benigni non mi assomiglia per niente? E se domani, come la canzone…sono confuso. Ormai Cris comincia davvero ad essere una persona. Non che prima fosse una sedia Krupstal a 9.99, ma adesso ha quasi due anni. “guarda che il tempo vola” direbbe mia zia Teresa, “sembra ieri che non camminava” direbbe mia zia Elsa “non c’è un Cristo di parcheggio non ci vengo” direbbe mio papà Frankie.

Cris esprime vere e proprie emozioni, e lo fa da bambino, cioè se ne sbatte del giudizio degli altri. Sei lì che giochi a nascondino e ad un certo punto ti abbraccia forte da dietro dicendo “ciao pappàà”. In quel momento raccogli quel che rimane del tuo cuore deflagrato e ricambi le coccole. Cris, detto Barbara Ann dei Beach Boys, ti indica il pannolino e dice “eeee pipì”. Tu annusi bene e ti accorgi che le tue narici sono state bruciate da una puzza che non è sicuramente pipì, bestemmie e lo lavi. Cris sente il rumore del pacchetto di biscotti e corre in cucina ad urlare “eee ciotto”. non gli scappa niente. Io e Sara ultimamente ceniamo nascondendo pietanze come focacce e/o cibi a lui non congeniali tipo kebab di struzzo o dolci troppo cioccolosi, inadatti ad un bimbo della sua età. Mi sento uno di quei peruviani che vengono pizzicati ad Airport Security con la valigia piena di coca, droga che non è mai loro, ma di un amico. Per non farci beccare da Cris, detto Papaleo, la banana la chiamiamo “quella cosa gialla e lunga”, il latte “milk”,  il biscotto “agglomerato di farina burro zucchero e aromi”. Dovremmo trovare un soprannome per il biscotto. Questa è la sua faccia da biscotto però, come si fa a dirgli di no?

Cristian soddisfatto dopo 9 biscotti

Finalmente siamo nella casa nuova e lui ha la sua cameretta, noi abbiamo Netflix e il box dove mettere la macchina senza chiedere a San Parcheggio una cazzo di grazia ogni volta uscivamo. Perché quando esci da genitore esci presto, e torni presto. Solitamente mangi mentre stanno dando l’ultima mano di ammoniaca al cesso, e quindi inevitabilmente la tua pizza avrà un retrogusto di bagno. Quando torni a casa, i giovani stanno parcheggiando, solitamente con il messaggio vocale in corso che dice “zio sto parcheggiando adesso, se ne va sta famiglia di Moldavi con il bimbo sporco di pesto e arrivo”

Io sono finito su canale 5, e no caro blog, non al tg nella sezione gara di rutti scoreggiati. Cucino in collegamento dal frigo della Chiabotto e di Scabin, anche se non sono proprio nel frigo, anche perché morirei di freddo. È stata un’esperienza fantastica, sono tornato indietro ai momenti di rock n roll quando sentivo l’adrenalina scorrere fino alle sopracciglia. Con due C giusto?

Fare il genitore è facile, è farlo bene che è la cosa più difficile al mondo. Il genitore facile è quello che al ristorante piazza davanti al figlio uno schermo da 42″ con una playlist che parte dalla in formissima maialina Peppa, fino al Bus che va round and round, per passare da Manny tuffofare, il ragazzo messicano tallonato da Trump e via via…Per fare il genitore in maniera corretta devi tenere da conto di essere OGNI giorno in gioco, non esiste una giornata nella quale sei in panchina e puoi riposarti. Anche perchè alla fine, mica te l’ha chiesto lui di venire al mondo, no? Forse bisogna fare un passo indietro, a quando eravamo figli noi.

Prima il papà è un esempio, un supereroe pronto a tutto pur di difenderti. Non ti accorgi che si spacca il culo per comprarti la chitarra elettrica, le figurine Panini, la carnina buona e la frutta che costa al kilo più dello zafferano. Arrivi ad un’età dove ti rendi conto di essere uguale a lui, e tu non vuoi essere come lui, ti arrabatti cercando una tua identità. Lo odi, non ci parli, lo prendi per il culo dicendogli che le Marlboro di contrabbando non sono tue, ma di un tuo compagno. Smetti di giocarci in pubblico per non sentirti uno sfigato. Non passi più tempo con lui, e quando lo passi non vedi l’ora di uscire. Poi tuo papà invecchia e vedi i suoi difetti, ti accorgi di come e quanto abbiano influito su di te, cerchi una via per scrollarti di dosso abitudini come divano e ciabatte. Ti capita di perdere un nonno e ti ricordi che anche tuo papà era figlio, lo vedi star male per quella perdita e capisci che poi così tanto supereroe non lo è. I supereroi mica piangono, ma forse non esistono nemmeno. Poi diventi papà e lui diventa nonno. In quel momento la scacchiera è già cambiata, i giochi sono cambiati. Se ti da consigli su come educare tuo figlio ti girano le palle, non lo ascolti più di tanto. Gli chiedi in maniera tranquilla di non dare i dolcetti a Cris, ma come glielo dici? Si offenderà? Come la prenderà? Glielo dici piano e lo rifà, glielo dici forte e si offende. Non glielo dici e Cris va a nozze, mangiandosi pure la credenza.

Ogni giorno sei una persona, un genitore, un marito, un amante focoso, un collega, un figlio, un nipote, un derivato del latte. Ma quanto è dura educare? Quanto è difficile fargli capire che è un mondo bellissimo, quando intanto al tg passano missili su città e rapine alle farmacie per 120 euro di bottino. Da quando sono papà, il rapporto con il mio di papà, è cambiato. Siamo più distaccati, ma questo non vuol dire che non siamo complici. Forse stare nello stesso club lo imbarazza, boh chi lo sa. Ora siamo due capi branco, ma l’amaro a fine serata ce lo beviamo lo stesso. Come diceva Ivana, è una giooooostra che va, questa vita cheeee….

Adesso basta scrivere che sto giocando a nascondino con Cris, detto Balsamo. Umberto Balsamo, quello delle trecce ai cavalli. Ora è nascosto dietro la tenda, è chiaramente lì dietro, si vede benissimo.

“Cristian sei nascosto dietro la tenda?”

“NO!”

“Amore ma non devi rispondere”

“eee pipì”

“Eh no amore mio, questa è cacca nucleare”

“eee caccca”

“bravo”

“avo”

Cristian in una delle sue uscite da aggiustatutto