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Beatitudini genitoriali

GUIDA ALLA LETTURA: quella che segue è una riflessione generata dal vissuto dell’ultimo mese. Un mese importante per me, Manuel e Cris perché, alla soglia dei 2 anni del piccolino, ci siamo finalmente scoperti Famiglia, con tutto ciò che ne consegue: uniti, ma ognuno con le proprie individualità. NON è una polemica, solo un pensiero per parlare di ciò che succede un po’ a tutti e usare l’opposto è solo meno doloroso. A noi ci son voluti 2 anni, ma ora ci siamo. Sara, Manuel e Cristian. Sara e Manuel. Sara e Cristian. Manuel e Cristian. Sara. Manuel. Cristian.

 

Beate quelle donne che si sono sentite mamme fin dal primo istante in cui hanno scoperto di aspettare un bambino. Beate quelle mamme che son tornate ad essere e sentirsi donne il secondo dopo aver partorito, senza crisi d’identità, senza guardarsi allo specchio e non riconoscersi. Beate quelle che non hanno sentito di abitare un corpo che non potevano più chiamare “mio”. Beate quelle che non si sono sentite inabili e inadeguate, brutte, grasse e incapaci di suscitare interesse. Beate quelle donne che sono arrivate alla maternità preparate e beate quelle mamme che hanno avuto famiglia o amici accanto che dessero loro il tempo di farsi una ceretta o lavarsi i capelli. Beate quelle che non sono state travolte da un figlio e che quel figlio sapevano esattamente quale fosse il verso giusto per tenerlo in braccio e non vagavano a caso per cercare di capire come si facesse la mamma.

Beati quegli uomini che si sono sentiti papà fin dal primo istante in cui hanno scoperto di aspettare un bambino. Beati quei papà che lo sono stati dal secondo dopo che la loro compagna aveva partorito. Beati quei papà che, da subito, sono entrati a far parte del nuovo trio, che non si sono mai sentiti fuori luogo, che hanno ricevuto sempre le giuste attenzioni dalla loro donna. Beati quei papà che non hanno mai smesso di sentirsi uomini e desiderabili e beati quegli uomini non sono mai stati così stupidi ed egoisti da cercare altrove qualcuno che desse loro quelle attenzioni.

Beate quelle coppie che si sono ritrovate in fretta dopo la nascita del figlio, che son tornate a condividere il letto senza sforzi di sorta, che non hanno attraversato crisi, che non hanno subìto giudizi. Beate quelle coppie integre, che non hanno avuto bisogno di sbattere la testa contro il muro, analizzare e piangere e ripercorrere e parlare ancora fino alle 4 del mattino, per cercare di tenere insieme la famiglia. Beate quelle coppie che non hanno mai perso il desiderio sessuale, nonostante la stanchezza, nonostante un “terzo” in casa.

Beate quelle donne che non son mai state ferite.

Beati quegli uomini che non sono mai stati deboli.

Beate quelle coppie che non hanno mai visto il futuro sgretolarsi davanti agli occhi.

Vi svelo un segreto: non è così che gira sempre il mondo. Il mondo è fatto anche di baby blues e di depressione post partum, di secchezza vaginale e di cistiti. È fatto di solitudine e incapacità di reagire. Il mondo è fatto di specchi che non rimandano l’immagine desiderata, di sforzi che non sembrano apprezzati. È fatto di persone che vivono, sentono, sbagliano; di persone che si mettono in gioco e si beccano anche gli insulti e di quelle che rimangono in disparte. Persone brutte, persone incantevoli, persone determinate, persone che non hanno bisogno di guardare gli altri e persone che hanno bisogno di non sentirsi giudicate. Perché il mondo è fatto di scelte, è fatto di 7,6 miliardi di punti di vista, di esperienze, di emozioni, di automatismi, di riflessioni, di ostacoli.

Il mondo è fatto di donne che soffrono in una società che non permette loro di essere mamme serene, che non fornisce loro gli strumenti giusti per tornare ad essere delle donne serene. Il mondo è fatto di nascite e la nascita di un figlio fa saltare in aria qualsiasi dinamica di coppia e spesso l’autostima di entrambi. A volte fa andare mamme e papà a velocità diverse e, ad un certo punto, uno dei due rimane indietro.

Ogni vita è diversa, ogni esperienza ha un suo valore, ogni persona ha un suo valore. Non siamo tutti bravi, non siamo tutti cattivi. Ognuno di noi, nel corso di quest’unica vita che abbiamo, fa cose lodevoli e cose riprovevoli e ognuno prova a farcela a modo suo. Alcune cose sono più importanti di altre, pian piano donne e uomini, mamme e papà risalgono la china; con le proprie sole forze o con l’aiuto di qualcuno, grazie ad uno shock o stringendo i denti e spingendosi su a vicenda. Qualcuno non ne viene mai fuori, altri non hanno problemi.

Essere genitori è un’avventura che bisogna affrontare con gli strumenti adatti: non si può andare al mare in tuta da sci né a sciare in costume. O meglio, si può ma sarebbe un bello sbatta entrare in acqua così bardati e chissà che febbre alla fine della pista! Gli strumenti li si trova, in un modo o nell’altro. Mamme e papà guardatevi intorno, chiedete aiuto, parlatevi, ascoltatevi. Non siete solo delle mamme e non siete solo dei papà, siete degli individui che hanno dei desideri, potete desiderare e desiderarvi, dovete farlo. E fatelo!

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Naked

Naked era l’ultima canzone del ciddì preferito della Sara 13enne che si apprestava a conoscere le disgrazie dell’adolescenza, dalla quale (adolescenza) sarebbe uscita con (molte) ferite e (pochi) strumenti per gestirle. Naked era anche la canzone successiva alla canzone preferita della Sara 13enne, sulla quale, quindi, si riversavano tutte le emozioni evocate dal precedente pezzo.

La canzone in questione era Too much to ask, l’album era Let go, e l’artista era una giovanissima, canadesissima, dai capelli liscissimi Avril Lavigne. Quanto abbia inciso su di me quella ragazza e quell’album è di facile comprensione: io ero una ragazzina fissata con capelli lisci ultra piatti effetto leccata di mucca, fiera indossatrice di cravatte che mi facevano sentire a tutti gli effetti una figa atomica, amante di borchie e Dr. Martens di quelli alti fino al ginocchio (che suddetta ragazzina ormai donna possiede ancora), portatrice strafottente di matita nera sugli occhi e “non me ne frega un cazzo del mondo” mood.

In realtà questo album è stato molto di più per me: io ho iniziato ad amare ed imparare l’inglese grazie a quei testi, volevo sapere cosa dicessero e allora mi mettevo alla mia amata scrivania e ascoltavo e traducevo e riascoltavo e ricantavo. Quell’album mi ha insegnato a dare un nome alle sensazioni che iniziavano ad affiorare in me. “It’s the first time I’ve ever felt this lonely, I wish someone could cure this pain..” recitava l’inizio della canzone prefe. Io avevo (e, ad onor del vero, ho) il male di vivere facile, non è quindi arduo immaginare quanto potessero risuonare in me quelle frasi. Sentivo in lei un’amica che mi raccontava esattamente come mi sentivo, che a volte parlava di cose che non conoscevo ancora, come ragazzi, storie finite, ma mi struggevo lo stesso, come se fossero state mie.

Ho iniziato il liceo e lì le cravatte, i capelli lisci, la matita nera, i polsini, gli anfibi erano ciò che volevo parlasse per me, ciò che mi faceva sentire sicura, definiva la facciata di un’identità che non sapeva ancora da che parte andare. “I wake up in the morning, put on my face, the one that’s gonna get me through another day” iniziava, invece, Naked. E io mi dicevo che anche io ero così, che al mattino indossavo la mia “maschera” che mi avrebbe portato alla fine della giornata e che, invece, quello che sentivo me lo gestivo io, poi, nella mia cameretta, a scrivere e a sognare alla finestra colui che mi avrebbe fatto cadere questa maschera e mi avrebbe finalmente lasciata libera di essere chi volevo. “I’m trying to remember why I was afraid to be myself and let the covers fall away. I guess I never had someone like you to help me, to help me fit in my skin” – Credo di non aver mai avuto nessuno come te che mi aiutasse a star bene nella mia pelle. Questa è la chiave di ciò che quel Let go mi ha dato 15 anni fa.

Il fatto che io questo Someone like you lo abbia trovato solo 11 anni dopo e che solo ora, 15 anni dopo, io mi senta davvero bene In my skin, è tutta un’altra storia. È la storia più difficile da raccontare, la storia di una mamma che non era stata abbastanza figlia e non era pronta a vedersi portar via il ruolo. La storia di una mamma che ha dovuto lottare forte per tornare ad essere anche una donna e che, finché non ci è riuscita, non poteva accettare di essere mamma. Inutile girarci intorno: diventare mamma è estremamente complicato, delicato, sfiancante, frustrante, a tratti appagante, ma sconsideratamente DURO. Diventare mamma ed essere SOLA per 9 ore al giorno, dal lunedì al venerdì, per i primi 9 mesi di vita del bambino, finché non torni al lavoro e puoi finalmente smettere di piangere per le tue difficoltà e iniziare a sentirti in colpa per aver lasciato tuo figlio così piccolo, è tutt’altro che divertente.

La verità, a nudo, è che per quanto un figlio io e Manuel lo avessimo desiderato e scelto, per quanto ci sentivamo pronti ad affrontare qualsiasi difficoltà, così tanto pronti poi non lo eravamo mica. Penso che nessuno lo sia, tutto sta nella modalità con cui ci si rapporta al cambiamento drastico di vita. La verità è che io non l’ho affrontata bene, non l’ho vissuta bene, non l’ho gestita con gli strumenti che pensavo di possedere. La verità è che davvero certe cose sono inevitabili, la verità è che certe persone davvero fanno schifo, la verità è anche che l’amore poi, quando c’è per davvero, tutto quello schifo lo affronta e ne viene fuori con una forza spaventosa. La verità è che le persone piccole e meschine rimangono sempre col culo all’aria e niente in mano. La verità è che ho scoperto di essere una leonessa, che so proteggere i cuccioli, che so fare la mamma e sono una mamma al 100%, che sono anche una donna al 100%, che sono una figlia al 100% ma non più con le pretese di cura e di attenzioni di prima. Ho scoperto di essere in grado di gestire tutte le sfere del mio essere, che queste non si sovrappongono, non tolgono nulla l’una all’altra anzi duplicano. Ho scoperto di avere delle amiche, vicine, lontane, alcune vecchie, di sempre, altre nuove. Mi sono appoggiata a loro e sono state il mio bastone, mi hanno sostenuta e “lanciata” verso la fioritura.

Ci son voluti 2 anni, tante lacrime, una doccia fredda, un percorso psicoterapeutico (ancora in corso), scoprire che per alcune “donne” (e lo virgoletto perché definirle tali offenderebbe il genere) il fatto che un uomo abbia avuto un figlio non è un deterrente per fargli vedere le mutande, fingendo vestiti rotti, bottoni saltati e chi più ne ha aggiunga pure, tanto la dignità, la tipa, non è mai passata a ritirarla. C’è voluto tutto questo e moltiiiissimo altro ancora per permettermi di essere la donna che sono oggi, per permettermi di essere Naked e sentirmici bene.

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MA COME SI FA IL PAPA’ – SPECIALE NONNA/MAMMA

MA COME SI FA IL PAPA’ – SPECIALE NONNA/MAMMA

Mia mamma è sempre stata una mamma chioccia. Questo suo comportamento ha inciso clamorosamente su di me. Io sono maturato tardi, sono un avocado che non si è mai ammorbidito, una banana che non è mai diventata neretta al suo interno, una pesca che..vabbè.

Diciamo che alcune brutte abitudini me le porto ancora con me, tipo:

  • Calze sotto al letto che vengono ritrovate solo al trasloco
  • Cucina lasciata a marcire con padella incrostate
  • Cesto panni sporchi che si lacera da quanta roba c’è dentro
  • Etc etc perché sono pigro, anche nel descrivere cose per le quali sono pigro

Questo non fa altro che far incazzare Sara tipo puma in periodo invernale, cioè quando i puma hanno fame.

“hai capito proprio male che ti faccia da mamma, caro mio!”

E come biasimarla? Io non mi farei da mamma, non mi farei nemmeno da spazzolino se è per questo. Che brutta la vita dello spazzolino però. Cioè entri nella bocca del tuo padrone proprio nel momento peggiore della giornata. Di mattina ti becchi la cammella del mattino, dopo pranzo ti cucchi la roba incastrata tra i denti, e, dolcificantes  in findus, prima di dormire devi fare le pulizie quelle grosse. Anyway.

La mamma è sempre la mamma, la zia è sempre al Lidl, il pallone è mio e in porta ci vai tu.

Scherzi a parte, qua si rischiano i coltelli. Vi spiego. Mia mamma ha riconosciuto subito Sara come quella giusta per me, ancor prima di conoscerla, ancora prima che Sara nascesse, mia mamma è Vanna Marchi. Scherzo. Le parlavo di come Sara camminava, di come Sara scriveva, di come Sara mangiava al pari di un giaguaro magro, insomma parlavo molto di lei. Ora arriva il bello. Da piccolo, abitualmente, salutavo mia mamma con un innocente bacio in bocca, ma col passare del tempo le cose sono cambiate. Ora ci scappa un abbraccio, un bacio sulla guancia, cose da mamma figlio insomma. Arriva il gran giorno della presentazione di Sara e mia mamma cosa fa? Mi prende la faccia in mano e mi stampa un bacio in bocca, proprio davanti a Sara, che incredula strabuzza gli occhi. È stato chiaramente un passaggio di proprietà, come quello che si fa all’ACI. Sara ancora me la ricorda sta storia, ed io me la rido bellamente.

Il rapporto tra madre e figlio è qualcosa che va oltre l’amore, ci pensavo mentre alla prima ecografia, quando Cris, detto Docciaschiuma delicato, era grande come un pollice. Lei ha dato asilo politico a Cristian per 9 mesi, gli ha dato da mangiare e da bere, lui era attaccato a lei e un bel giorno, precisamente l’8 luglio, si è staccato. Avete presente quando una donna incinta si tiene la pancia sorridendo? Ecco quello che voglio dire. Lui nasce grazie a lei. Ok anche grazie a quei 2 minuti miei di passione sfrenata; però se ci pensi bene, Cristian passerà tutta la vita a cercare ancora quei momenti in cui era attaccato al “Cordone spaziale free food and beverage 24/7”. Cioè lui era lì, posizionato come un pollo allo spiedo, lì dentro alla sua pancia, più ci penso e più mi pare assurdo. Ha sentito per 9 mesi tutte le emozioni di MammaSara, ha ascoltato le nostre discussioni, le nostre risate, i nostri pianti, i nostri spuntini ipocalorici, le nostre nottate calde milanesi con il cono gelato in mano, per le vie di Via Al Fohnso Ahmed Capecelatroh. Alcune mamme allattano il figlio fino a 5 anni, le mamme svedesi li lasciano fuori dal locale per temprarsi, le mamme napoletane li fanno nuotare nell’acqua della mozzarella, alcune mamme si sentono brutte, inadatte e cadono in una depressione pericolosa, altre se ne fottono e ne sfornano un altro subito, manco fossero una panetteria.

Quanta mamma di Sara, ci sarà in Sara? Quanto mio papà ci sarà in me? Minchia che domande. Per capirci. Quando bisogna fermarsi, nell’educazione di un figlio? Quando ci accorgiamo che nostro figlio è diventato una nostra copia, sapremo riconoscerlo e dire basta? I miei amici, quelli rimasti, hanno sempre invidiato il rapporto che ho con i miei genitori, mentre Sara se n’è andata di casa a 18 anni, con una valigia piena di speranza e rancore. Quindi chissà che algoritmo verrà fuori, unendo due fattori come noi.

Poco tempo fa ho avuto una discussione durissima con mio fratello, dove mi rinfacciava alcuni miei comportamenti avuti in passato, ai quali però io non avevo dato peso. Mi sono subito chiesto, dove fossero in quel momento i miei genitori, dove avevano messo la paletta biancorossa da vigile per dare una regolata al traffico familiare. Sono cresciuto assistendo a momenti fantastici, conditi con bassifondi difficilissimi, ma ci siamo sempre rialzati, io e la mia famiglia. Ora la mia famiglia è fatta da Sara e Cris, detto Gianni Pettenati, quello di Bandiera Gialla, e di momenti di difficili ce ne sono stati e ce ne saranno ancora. Ieri pomeriggio lo stavo cambiando, ed è successa una cosa fantastica. Pannolino nuclear-cacato a parte, io ero serio, ero triste, ci può stare ogni tanto. E con Botteguin ci scherzo sempre, soprattutto quando è sdraiato e posso fargli qualche pernacchia sulle cosciotte scoperte, ma in quel momento ero proprio fuori dal mondo e lui, ha richiamato la mia attenzione.

“papà!” e io non rispondevo. “Papaaaa!” e io niente. Lui mi prende la mano, indica il suo piede e mi dice “Papààà, e pussa!”

Ora vi spiego. Quando gli togliamo le calzine, siamo soliti come altri genitori a commentare con un “cheppussa” i suoi piedini puzzolenti di fontina taleggiosa. Cris in quel cambio di pannolino ha capito che c’era qualcosa che non andava, non stavamo giocando, e allora mi ha fatto giocare lui obbligandomi a tornare sulla terra. Ha chiaramente preso la mia mano, mi ha consegnato il suo piedino costringendomi mentre già rideva a fare il gioco del piede puzzolente.  Io ho sorriso, avevo il classico sorriso che si fa quando vedi una slideshow di foto di famiglia, solitamente con in sottofondo Adele che canta una delle sue hit strappamutande e/o strappalacrime. Gli ho detto: “grazie amore” e lui mi ha risposto “cacci”, che vuol dire grazie a modo suo.

Mi ha dato una gran forza quel suo gesto, non me l’aspettavo. Per la prima volta ho potuto contare su di lui. E allora come si fa il genitore? Non lo so, sto ancora imparando, l’ultima lezione me l’ha data un bimbo di neanche 2 anni.

Pubblicato in: Daddy, Family club sandwich

Ma come si fa il papà? – Speciale nonno –

E se poi mi assomiglia troppo? E se poi come diceva Roberto Benigni non mi assomiglia per niente? E se domani, come la canzone…sono confuso. Ormai Cris comincia davvero ad essere una persona. Non che prima fosse una sedia Krupstal a 9.99, ma adesso ha quasi due anni. “guarda che il tempo vola” direbbe mia zia Teresa, “sembra ieri che non camminava” direbbe mia zia Elsa “non c’è un Cristo di parcheggio non ci vengo” direbbe mio papà Frankie.

Cris esprime vere e proprie emozioni, e lo fa da bambino, cioè se ne sbatte del giudizio degli altri. Sei lì che giochi a nascondino e ad un certo punto ti abbraccia forte da dietro dicendo “ciao pappàà”. In quel momento raccogli quel che rimane del tuo cuore deflagrato e ricambi le coccole. Cris, detto Barbara Ann dei Beach Boys, ti indica il pannolino e dice “eeee pipì”. Tu annusi bene e ti accorgi che le tue narici sono state bruciate da una puzza che non è sicuramente pipì, bestemmie e lo lavi. Cris sente il rumore del pacchetto di biscotti e corre in cucina ad urlare “eee ciotto”. non gli scappa niente. Io e Sara ultimamente ceniamo nascondendo pietanze come focacce e/o cibi a lui non congeniali tipo kebab di struzzo o dolci troppo cioccolosi, inadatti ad un bimbo della sua età. Mi sento uno di quei peruviani che vengono pizzicati ad Airport Security con la valigia piena di coca, droga che non è mai loro, ma di un amico. Per non farci beccare da Cris, detto Papaleo, la banana la chiamiamo “quella cosa gialla e lunga”, il latte “milk”,  il biscotto “agglomerato di farina burro zucchero e aromi”. Dovremmo trovare un soprannome per il biscotto. Questa è la sua faccia da biscotto però, come si fa a dirgli di no?

Cristian soddisfatto dopo 9 biscotti

Finalmente siamo nella casa nuova e lui ha la sua cameretta, noi abbiamo Netflix e il box dove mettere la macchina senza chiedere a San Parcheggio una cazzo di grazia ogni volta uscivamo. Perché quando esci da genitore esci presto, e torni presto. Solitamente mangi mentre stanno dando l’ultima mano di ammoniaca al cesso, e quindi inevitabilmente la tua pizza avrà un retrogusto di bagno. Quando torni a casa, i giovani stanno parcheggiando, solitamente con il messaggio vocale in corso che dice “zio sto parcheggiando adesso, se ne va sta famiglia di Moldavi con il bimbo sporco di pesto e arrivo”

Io sono finito su canale 5, e no caro blog, non al tg nella sezione gara di rutti scoreggiati. Cucino in collegamento dal frigo della Chiabotto e di Scabin, anche se non sono proprio nel frigo, anche perché morirei di freddo. È stata un’esperienza fantastica, sono tornato indietro ai momenti di rock n roll quando sentivo l’adrenalina scorrere fino alle sopracciglia. Con due C giusto?

Fare il genitore è facile, è farlo bene che è la cosa più difficile al mondo. Il genitore facile è quello che al ristorante piazza davanti al figlio uno schermo da 42″ con una playlist che parte dalla in formissima maialina Peppa, fino al Bus che va round and round, per passare da Manny tuffofare, il ragazzo messicano tallonato da Trump e via via…Per fare il genitore in maniera corretta devi tenere da conto di essere OGNI giorno in gioco, non esiste una giornata nella quale sei in panchina e puoi riposarti. Anche perchè alla fine, mica te l’ha chiesto lui di venire al mondo, no? Forse bisogna fare un passo indietro, a quando eravamo figli noi.

Prima il papà è un esempio, un supereroe pronto a tutto pur di difenderti. Non ti accorgi che si spacca il culo per comprarti la chitarra elettrica, le figurine Panini, la carnina buona e la frutta che costa al kilo più dello zafferano. Arrivi ad un’età dove ti rendi conto di essere uguale a lui, e tu non vuoi essere come lui, ti arrabatti cercando una tua identità. Lo odi, non ci parli, lo prendi per il culo dicendogli che le Marlboro di contrabbando non sono tue, ma di un tuo compagno. Smetti di giocarci in pubblico per non sentirti uno sfigato. Non passi più tempo con lui, e quando lo passi non vedi l’ora di uscire. Poi tuo papà invecchia e vedi i suoi difetti, ti accorgi di come e quanto abbiano influito su di te, cerchi una via per scrollarti di dosso abitudini come divano e ciabatte. Ti capita di perdere un nonno e ti ricordi che anche tuo papà era figlio, lo vedi star male per quella perdita e capisci che poi così tanto supereroe non lo è. I supereroi mica piangono, ma forse non esistono nemmeno. Poi diventi papà e lui diventa nonno. In quel momento la scacchiera è già cambiata, i giochi sono cambiati. Se ti da consigli su come educare tuo figlio ti girano le palle, non lo ascolti più di tanto. Gli chiedi in maniera tranquilla di non dare i dolcetti a Cris, ma come glielo dici? Si offenderà? Come la prenderà? Glielo dici piano e lo rifà, glielo dici forte e si offende. Non glielo dici e Cris va a nozze, mangiandosi pure la credenza.

Ogni giorno sei una persona, un genitore, un marito, un amante focoso, un collega, un figlio, un nipote, un derivato del latte. Ma quanto è dura educare? Quanto è difficile fargli capire che è un mondo bellissimo, quando intanto al tg passano missili su città e rapine alle farmacie per 120 euro di bottino. Da quando sono papà, il rapporto con il mio di papà, è cambiato. Siamo più distaccati, ma questo non vuol dire che non siamo complici. Forse stare nello stesso club lo imbarazza, boh chi lo sa. Ora siamo due capi branco, ma l’amaro a fine serata ce lo beviamo lo stesso. Come diceva Ivana, è una giooooostra che va, questa vita cheeee….

Adesso basta scrivere che sto giocando a nascondino con Cris, detto Balsamo. Umberto Balsamo, quello delle trecce ai cavalli. Ora è nascosto dietro la tenda, è chiaramente lì dietro, si vede benissimo.

“Cristian sei nascosto dietro la tenda?”

“NO!”

“Amore ma non devi rispondere”

“eee pipì”

“Eh no amore mio, questa è cacca nucleare”

“eee caccca”

“bravo”

“avo”

Cristian in una delle sue uscite da aggiustatutto

 

Pubblicato in: Daddy

Ehi ciao duemiladiciassette!

“L’anno che Verrà” cantava Lucio, che pezzo, che genio. Una canzone che appena la sento in radio, quelle 2 volte in 12 mesi e solitamente su Radio Capital, mi mette gioia e malinconia. Parte la pellicola, proiettore al muro con un continuo susseguirsi di immagini che hanno segnato la mia vita; sorriso e faccia seria, sorriso e faccia da Homer J Simpson che pensa, sorriso e faccia alla Barbara D’Urso.

Sono le 3 e spiccioli di una notte o mattina, vedi tu, del 2 gennaio. Ho le chiappe di Cristian, detto Bosejour, spiaccicate in faccia e i suoi teneri talloni conficcati nelle costole. Così a spanne ha fatto cacca, ma magari mi sbaglio e l’odore che sento è il camion spurghi che sta lavorando di notte. Nessun camion col lampeggiante, nessun operaio in cortile con i guanti alle mani e la faccia da est Europa, nessun rumore di spurghi, quindi Cris, detto Boselli, l’ha fatta.

E poi Lucio cantava:

“…ma la televisione, ha detto che il nuovo anno, porterà una trasformazione…” Nel 2017 abbiamo cambiato ancora casa, io e Sara se non la facciamo almeno una volta l’anno proprio non siamo contenti. Quante bestemmie caro blog, quante bestemmie. Solo le parole cauzione-trasloco-pulizie-telecomando distruttomateloricompromacosta120euro dovrebbero farti capire il dramma. Ora siamo parcheggiati da qualche mese in una casina, quella che acquistai per me. Un buco che mai avrei arredato, mai avrei adibito a casa, se non avessi incontrato Sara.

Lei che mi disse “ma questa coperta mi sembra una tovaglia” e aveva ragione. Lei che mi disse “ma tu vivi completamente a caso” e aveva ragione. Lei che mi dice “sei un cane malato” e ha ragione. Io sono un cane, lo ammetto. Posso dormire per terra, posso usare lo stesso fazzoletto smoccolato di Cristian, posso mangiare i suoi gnocchetti di nascosto, se il pesto è venuto bene. Gli metto le calze diverse perché la sera prima le ho lanciate dietro il fasciatoio, gli attacco un bottone del pigiamino in meno perché non voglio farlo sclerare, lo scaravento nel lettone per farlo ridere a schiocco, insomma sono un papà nella media.

Cristian ormai se la corre caro blog. Dice “Tao Tao!”, ripete i versi degli animali, dice “Pappa/Papà”, “Nonna/Nonno”, “Cazzie” che è un misto tra cazzo e  grazie. La cosa che mi ha più colpito di lui però, swiffer in faccia a parte, non è stata una parola, non un sorriso, bensì una sua dimostrazione di affetto. Bensì sembra un cognome..Miriana Bensì, specialista in massaggio prostatico, astenersi perditempo. Vabbè.

Un giorno ero seduto per terra con lui a giocare a nascondino, quando ad un certo punto mi son messo di spalle, per far finta che non lo vedessi. Lui invece di scappare si avvicina, si avvinghia con le sue mini mani alla mia vita, appoggia la mini testa alla mia schiena e mi abbraccia forte. Prima di correre in bagno a piangere come Demi Moore in Ghost, ho pensato ad una cosa. Le ultime volte che mi sono sentito così felice, in ordine cronologico decrescente, sono successe queste cose:

8 luglio 2017 – 1°Compleanno Cris detto Cammellino

8 luglio 2016 – Nascita di Cris detto Rampichin

settembre 2014 – Prima frase spiccicata a Sara cercando di far colpo ma senza far colpo

23 maggio 2007 – Finale Champions Leaugue Milan –Liverpool finita  2-1

Non ho preso nota del giorno dell’abbraccio di Cris, detto Botteguin. Una cosa che capita quando si diventa genitori è la fretta. La fretta capita, come quando pensavi non ti scappasse la cacca ma poi ti scappa e cominci a fare mini puzzette. Quelle sono dannatamente pericolose perchè non ti soddisfano pienamente, ma lasciano una situazione dietro di te davvero imbarazzante. La cosa buona con un bimbo, è che puoi dare tranquillamente la colpa al bimbo, ti assicuro che strapperai anche un sorriso. Nessuno andrà a controllare il pannolino, te lo posso garantire.

Lucio scriveva che bisogna riderci sopra per continuare a sperare. Noi 3 ridiamo un sacco, questo lo devo ammettere. Cristian, detto Barattolin, si è inserito perfettamente nel nostro duo. Io e Sara eravamo come Timon e Pumba, come Mariah Carey e le costolette di maiale, come Pippo e Baudo. Lui è il nostro Simba. Nel cuore della notte io ero solito cercare Sara anche solo per avere contatto, e se mi andava bene ci scappava pure l’amore notturno. Ora, capita di trovare un salamino vestito da Superman in mezzo ai cuscini, che si gira e tira schiaffi a tutti e due.

Quest’anno porterà sì una trasformazione, questo è sicuro. Ho ricevuto una notizia lavorativa che non mi aspettavo, o forse sì. Una prova molto importante per la mia professione, una posizione da ricoprire che se ci penso mi tremano gli alluci. Io, proprio io che sono entrato a GZ come addetto spesa e pranzo per la truppa. Quante bastonate che ho preso e quanto mi sono servite. Ringrazio tutte le critiche, tutte le riunioni dove mi sentivo dire che ero sbadato, disordinato, svogliato. E non voglio fare il sarcastico, ringrazio davvero chi mi ha fatto vedere come si tiene in mano un coltello. Non che sia Uma Thurman in Kill Bill ok, ma me la cavo dai.

“…l’anno che sta arrivando, tra un anno passerà… “

Me lo voglio godere questo duemiladiciotto, nessun buon proposito, solo voglia di viverlo. Perché alla fine, un anno passa in un istante, come un biscotto in mano a Cristian, detto Milinkovic-Savic

 

 

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Pubblicato in: Daddy

Camden Pita Fish

Per l’avvenimento annuale del compleanno di mio fratello, ero a Camden Town con lui e mio padre. Non avevamo trovato i biglietti per il derby londinese tra Arsenal e Chelsea, purtroppo i posti erano esauriti da alcuni mesi. Fine novembre, il freddo e la pioggia facevano bestemmiare mio padre, più del periodo no di Nelson Dida. Cerchiamo rifugio nel pub all’angolo proprio davanti al mercato, ovviamente pieno anche quello. Ordiniamo subito 3 medie, stiamo in piedi stretti come sardine sott’olio e mio padre bestemmia sempre di più, ma sempre col sorriso. Un signore con la sciarpa del Chelsea picchietta mio padre sulla spalla, io penso subito che voglia fare rissa, magari gli stava ostruendo la visuale del campo di gioco.

Alla prima domanda mio padre fa segno che non ha sentito. Alla seconda gli leggo le labbra che dicono “non capisco un cazzo, io Italia!”. Alla terza finalmente risponde “Milan! Io, Milan! Forza Milan cazzo!”

Il tifoso in blu, bello pieno di birra, mostra il pollice in su e sorride con i suoi denti scombinati in bella mostra. Chissà perché hanno questo problema di dentatura, comunque. Ordiniamo fish and chips. Mio padre però vuole il pane, lui senza pane non mangia. Attraverso la strada, vado dal greco e gli chiedo se mi può vendere delle pita lisce. Italiani greci, una faccia una razza e parte la chicchierata: sì sono stato a Rodi, amo la Grecia, efkaristo, parakalò calimera, suo fratello Calimero e torno nel pub con le pita, inzuppato come un biscotto Colussi che si inzuppa ma non si pezza. Nel frattempo mio padre aveva fatto spostare alcuni tifosi per far sedere me e mio fratello, ancora mi chiedo come abbia fatto a farsi capire. Io prendo le pite, le farcisco con il pesce, le patatine, qualche pomodorino, insalatina da pub e salsa tartara. Il Chelsea segna proprio mentre mio padre cerca di addentare il “pita-fish”, ma il tizio lo abbraccia di botto e gli nega la gioia del morso. La scena mi ha fatto piangere dal ridere. Mio padre e un tifoso del Chelsea stanno saltellando in mezzo ad un pub, in mezzo a tifosi dei Gunners incazzati, in mezzo alla bolgia di “fuck off” e altrettanti “Buuuuuuuuu”

Beh quella partita finisce 3-0 per il Chelsea, anzi 0-3 con doppietta di Didier Drogba. Ci scanniamo 3 medie a testa, altre patatine fritte e qualche pop corn. Dalla delusione di essere arrivati a pochi metri dall’Emirates Stadium, per poi rinunciare, alla felicità di aver vissuto l’esperienza più assurda che mi sia mai capitata. Che strana la sensazione di doversi occupare di tuo papà, in quel momento ci siamo scambiati i ruoli. Lui non sapeva comunicare se non a gesti, voleva il pane e per farlo felice gliel’ho comprato, voleva le birrette e gliele ho ordinate.

Il tizio saluta mio padre stringendogli la mano e urlando “Thank you, my name is Peter, we must see together every match ok?”

Mio padre sorride e risponde “Io sono Franco, non ho capito un cazzo ma mi sono divertito molto, ciao Pietro!”

Le idee per un piatto possono arrivare in qualsiasi momento, in qualsiasi posto e insieme a chiunque. Basta mangiarle tutti insieme, e sono ancora più buone.

RICETTA

Pastella con farina, sale, pepe e birra versata a filo fino a che la pastella sarà densa, lasciare in frigo per una mezz’ora. Tagliuzza le verdure che più ti piacciono, o quelle che hai in frigo, tutte a crudo. Tagliale fini fini eh! Investire su una mandolina può risolvere tanti problemi, tagli perfetti e in breve tempo. A fuoco altissimo scotta le verdure con un giro d’olio e tienile da parte. Passa il merluzzo, o il persico, oppure il nasello nella pastella. Olio caldo, 170° e friggi fino a che non sono belli dorati. yogurt greco per rinfrescare, magari qualche goccia di tabasco, la birra fresca che avanza (forse) dalla pastella e siamo fortissimi. Ah, tortilla, piade, tacos rigidi, qualsiasi cosa che possa racchiudere questo condimento, chissà mai non incontri mio padre che ti chiede “Maaa, pane? Non ne hai?”

 

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Family weekend

Nella mia vita il fine settimana non ha mai avuto una particolare valenza. Quando ero al liceo odiavo la domenica perché dovevo studiare per la settimana; negli anni di accademia di fotografia, invece, ogni giorno era weekend: 19 anni, una città che mi era sconosciuta e che, però, offriva tutto ciò che potessi desiderare e anche quello che ancora non sapevo di volere. Conoscevo persone da ogni dove, stimolanti e curiose. Poi l’università, in cui non si ha mai davvero tempo libero perché quello che non impieghi a studiare lo passi a sentirti in colpa per quell’esame che sta per arrivare e tu sei a pagina trediquattrocentocinquanta. Ho iniziato ad apprezzare davvero il sabato e la domenica appena entrata nel mondo del lavoro – quello serio, non di quei lavori fake fatti di rimborsi spese, di tirocinio formativo e di “fa curriculum”. Con due soldi in tasca, il fine settimana voleva dire viaggio, a trovare le amiche in giro per l’Italia e l’Europa, un salto a Berlino, un capodanno a Londra, un saluto a Urbino.

Poi è arrivato Manuel e poi Cristian e i weekend hanno assunto tutto un altro sapore. Appena la nostra scarsa organizzazione ce lo consente viaggiamo ancora, certamente: io e Manuel non riusciamo a star fermi. Ci siamo detti che il primo anno di Cris lo avremmo speso a conoscere di più la terra meravigliosa in cui viviamo, per poi iniziare ad allontanarci via via sempre di più, fino ad arrivare – chissà – in Patagonia, un giorno.

Spesso, però, sabato vuol dire risvegli lenti, anche se quel cucciolo di drago alle 6.30 reclama già il suo latte e alle 7 è pronto per disfare tutta casa. Noi sdraiati in semi coma e lui in piedi, alla testiera del letto, a battere la manina contro il muro in un coro da stadio senza precedenti. Con un solo occhio aperto per metà, io e Manuel ci guardiamo sperando che sia l’altro a fare la prima mossa. E quando, finalmente, sento “dai, andiamo di là sul tappetone” l’estasi è totale e io sono già girata dall’altra parte per concedermi un’ultima mezz’ora.

Ad onor del vero a volte Cristian si riaddormenta in mezzo a noi, ci concede quell’oretta in più di riposo che altro non fa se non stordirci definitivamente per permetterci di entrare a pieno titolo nella descrizione di zombie. Nonostante tutto, adesso i week end io li amo, come amo loro due. Amo il calore che sento al solo pensiero del sabato che sta per arrivare. Amo aprire gli occhi (per modo di dire) e vedere quella sua testolina già sorridente che spunta dal lettino. Amo i “forza Cri, prepariamo le colazioni” e il grassoccello gattona velocissimo dietro il papà perché sa che il momento biscotti è vicino. Amo continuare a rotolarmi nel letto, inebriandomi del profumo del caffè, mentre Manuel mi chiama mille e più di mille volte, nel vano tentativo di buttarmi giù dalle coperte. Amo esultare al primo sbadiglio di Pannofino, perché vuol dire un po’ di tempo per noi – che poi la maggior parte delle volte lo passiamo su Netflix o dietro a Youtube. Amo sgridare Manuel perché in 0,3 secondi riesce a mettere a soqquadro la casa, amo vederlo lamentarsi quando gli ordino di pulire e poi lo amo perché fa balletti acchiappa risate mentre passa l’aspirapolvere.

Ma la sera, il sabato sera ha in sé un’atmosfera che non so se posseggo parole sufficienti a renderle giustizia. È come un vaso di Pandora, ma pieno di infinite e meravigliose possibilità, come se avessi il mondo in mano e potesse accadere di tutto. È la stessa eccitazione di quando ero piccola e il sabato potevo stare sveglia fino a tardi, con la differenza che adesso la domenica mi sveglierò comunque alle 6.30, Cris berrà il suo laccione e noi faremo di tutto per farlo tornare a dormire. Quello che mi piace del sabato sera è – in ordine cronologico: cena cicciona, il grassoccello che oltre la sua pappa assaggia qualsiasi cosa stiamo mangiando, accompagnato da Manuel e le sue solite osservazioni e la mia solita faccia facilmente immaginabile: ma un po’ di fritto non gli farà male; dici che posso dargli questo? (indicando qualcosa tipo hamburger con cheddar e salsa barbecue); fino alla sentenza: “la mamma ha detto che non posso più darti niente”, dopo croste di pane, pezzi di piadina, sbriciolate di carne, ciucciata di aceto direttamente dalla foglia di insalata e l’elenco potrebbe andare avanti per giorni. Alla fine dei giochi provo a mettere il siluro a letto e quando credo che stia finalmente dormendo, lui si tira su e dalla sala vediamo spuntare la sua manina che cerca di aprire la porta e ci chiama; poi è il turno del papà che ci prova – per finta, ne sono certa – per 26 secondi circa, per poi tornare di là e proclamare: “eh vuole la mamma”; e allora torno io e Cristian, sfinito, crolla.

Sono le 22 quando il nostro sabato sera ha, finalmente, inizio. Quello è il momento crepuscolare per me. Amo ritrovare Manuel sul divano, dirci che vogliamo vedere un film e poi metterci tutta la serata a sceglierlo e finire quindi a parlare di te, Pannolesto, che ogni giorno sei diverso; del lavoro, del mio futuro chiaro, ma nebuloso; delle nostre emozioni e delle nostre paure. Amo chiudere il cerchio della settimana in quel punto esatto della casa che ti ha visto nascere, piccolo scoreggione, quel divano pendente che ci fa sclerare da quanto è scomodo e ci costringe a posizioni da contorsionisti, ma che poi ci fa addormentare tutti intrecciati, stanchi ma fiera della famiglia che stiamo costruendo, panino dopo panino.